LA PROTESTA DELLE DONNE PER LE NUOVE NOMINE ISTAT

LA PROTESTA DELLE DONNE PER LE NUOVE NOMINE ISTAT

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DA IERI pomeriggio l’Istat è al centro di una rivolta sui social media. Il casus belli è l’esclusione della attuale dirigente del Dipartimento delle statistiche sociali e ambientali, Linda Laura Sabbadini, dalle nuove nomine seguite alla riorganizzazione dell’Istituto. Si tratta della persona che negli anni ha di fatto lavorato di più e investito più intelligenza nella produzione di statistiche sociali, portando l’Istat dall’essere il fanalino di coda in Europa in questo settore ancora negli anni Settanta ad una posizione di eccellenza a livello internazionale. È anche, ancora per pochi giorni, una delle poche donne in posizione apicale nell’Istat, oltre a godere della stima degli uffici statistici di mezzo mondo, in particolare per quanto riguarda le statistiche di genere.

Per questo la protesta ha coinvolto moltissime associazioni di donne. Se infatti sappiamo come sta cambiando la famiglia, i rapporti tra le generazioni, i rapporti tra uomini e donne, come vivono gli anziani e i giovani, quali siano le forme che assume la violenza in famiglia e sulle donne, come si usa il tempo, chi abbia accesso ai consumi culturali e a quali tipi, quali siano le difficoltà che si frappongono alla scelta di fare un figlio e così via, lo dobbiamo alla sua iniziativa.

Non ha fatto tutto da sola, ovviamente; ma senza il suo intelligente attivismo l’Istat oggi sarebbe un po’ più povero e gli studiosi e policy makerscon meno strumenti per comprendere la società italiana. Non stupisce quindi questa rivolta. Ma la mancata nomina di Sabbadini si inserisce nel contesto più complessivo della logica con cui sembrano essere state fatte le nomine, che rafforza i timori di chi temeva che la riorganizzazione dell’Istituto portasse a un indebolimento delle statistiche sociali, nonostante le rassicurazioni offerte dal presidente. Ricordo che la riforma comporta l’accorpamento in due dipartimenti dei quattro che fino ad oggi si sono occupati della produzione e raccolta dei dati. In uno – il dipartimento per la produzione statistica – confluiranno sia i settori che si occupano di statistiche economiche che quelli che si occupano di statistiche sociali e ambientali e i censimenti, mentre all’altro spetterà occuparsi degli aspetti metodologici relativi alla raccolta ed elaborazione dei dati. Manca ancora la nomina del capo di questo secondo dipartimento, per cui è stato aperto un bando esterno. Ma tutte le altre figure apicali sono state individuate ieri.

E qui sta la sorpresa. Mentre, se non vado errata, due su tre di coloro che occupavano le posizioni apicali riguardanti le statistiche economiche sono stati rinominati nello stesso settore, a partire dal capo di dipartimento, per quanto riguarda le statistiche sociali nessuno di coloro che ne hanno avuto responsabilità fino ad oggi è stato rinominato, in nessuna posizione (e uno solo ha avuto una nomina, ma per una direzione nell’altro dipartimento). Si dirà che si tratta di normale e doveroso avvicendamento, unito alla riduzione delle posizioni apicali disponibili. Ma come mai riguarda integralmente solo il settore delle statistiche sociali e proprio nella fase in cui questo perde la propria autonomia per essere accorpato con le statistiche economiche?

A prescindere dalla qualità delle persone che sono state nominate ora, questa asimmetria rischia di rappresentare un oggettivo indebolimento del settore. Inoltre, come mai solo i dirigenti del settore delle statistiche sociali sono stati tutti valutati immeritevoli di rimanere al loro posto? Qualsiasi sia la giustificazione formale, appare una squalifica pesante dell’intero settore, proprio quello più innovativo e dinamico, oltre che delle singole persone. Sono sicura che il presidente respingerà indignato questi sospetti, ma, come diceva Andreotti, chi pensa male fa peccato, ma spesso ci piglia. Spero di sbagliarmi.



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