Sotto il segno della rivolta

Sotto il segno della rivolta

La convention repubblicana che si è aperta ieri ha riunito a Cleveland il popolo conservatore (e migliaia di contestatori) sotto l’ombra cupa dei fatti di Baton Rouge. È difficile come al solito misurare quanto una convention, dopo le coreografie calibrate da cento consulenti di immagine, rifletta davvero la popolarità di un candidato o lo stato di salute di un partito. Questo congresso in particolare, ha la direttiva di simulare l’acclamazione di un candidato alla guida di un partito cui rimane in gran parte indigesto.

Intanto potrebbero essere gli avvenimenti all’esterno del Quicken Loans Arena a dare la temperatura di una America convulsa, improvvisamente febbricitante. La sparatoria di Baton Rouge è la riprova definitiva di una patologia profonda data ad eruzioni imprevedibili e per alcuni versi senza precedenti. Sono le ragioni per cui alcuni hanno anticipato un replay della convention democratica del 1968 quando le scissioni telluriche della guerra in Vietnam e la protesta controculturale, l’assassinio di Martin Luther King e Robert Kennedy esplosero dilaniando Chicago. Ancora una volta una convention viene preceduta da una scia di sangue. Mentre Dallas poteva essere letta come una naturale conseguenza dei lunghi anni di impunita violenza omicida della polizia nei confronti dei neri, una reazione isolata e aberrante ma inevitabile dopo i decenni di sangue a senso unico, la replica in Louisiana(al di là di circostanze causali specifiche) delinea forzatamente uno scenario più sinistro e più suscettibile alla narrazione strumentale del trumpismo.

In una nazione dalla cultura di polizia militarizzata come questa, sparare sui poliziotti è già un crimine speciale che innesca di fatto una reazione extragiudiziaria. I «cop killer» meritano tacite regole di ingaggio estreme e solo raramente sono catturati vivi. In passato è bastato l’atto simbolico di imbracciare un arma «politicamente» come Malcolm X nella foto divenuta celebre con la didascalia «by any means necessary» per essere braccati. Basta pensare all’eliminazione fisica delle Pantere Nere decimate da polizia e Fbi (o alla tolleranza zero riservata anche a comprimari di azioni armate non-letali, Silvia Baraldini per dirne una). Si capisce dunque come le perdite inflitte dal «nemico» nell’ultima settimana, non potranno non provocare una reazione potenzialmente disastrosa che potrebbe essere molto difficile contenere e gestire «contestualmente» come ha tentato di fare Obama a Dallas la scorsa settimana. Soprattutto quando le tensioni fanno perfettamente il gioco del candidato repubblicano che mira alla sua poltrona.

Il magnate «arancione» non ha aspettato per soffiare sul fuoco. «Stiamo cercando di combattere l’Isis e la nostra stessa gente ammazza la polizia» ha twittato, e ancora: «Siamo divisi e i nostri nemici ci osservano. Facciamo la figura dei deboli» . «Il nostro paese è una scena del crimine e può solo peggiorare» è stato il suo fosco avvertimento finale sulla incipiente guerra di razza, ovvero un messaggio cifrato ai suoi supporter sull’insubordinazione delle classi subalterne e di colore contro l’autorità costituita.

Trump sottolineato nuovamente la propria trasformazione in candidato «law and order» lo slogan ripreso dalla campagna Nixon, proprio nel 1968. I termini di un «teatro delle crudeltà» che è chiaro e intende sfruttare per massimo effetto qui a Cleveland.

In città dove i nervi erano già a fior di pelle, la tensione ora è palpabile. Non per ultimo a causa dell’intenzione dichiarata del partito «New Black Panther» di sfilare per le vie del centro con armi in vista. L’Ohio è uno degli stati dove per le pressioni degli stessi repubblicani è in vigore l’ «open carry», la legge che permette ai cittadini di mostrarsi in pubblico con fucili in spalla e pistole alla cintura. Come in Texas e altrove, gli statuti sono stati un cavallo di battaglia della destra spinta dalla Nra (National rifle association) come provocazione «dimostrativa» del secondo emendamento e del «sacrosanto diritto a portare armi» garantito da quel riverito articolo della costituzione originale. Si è giunti così all’attuale paradosso per cui nella lista stilata dalla polizia di Cleveland, nei pressi del convention center sono vietate biglie, fionde e perfino palle da tennis mentre «per motivi costituzionali» è consentito passeggiare con in spalla un AR15 da combattimento.

Naturalmente non erano i militanti afro americani che la lobby delle armi aveva in mente quando ha promosso open carry. Da qui la protesta simbolica delle nuove pantere: imporre in pubblico l’immagine speculare, ma implicitamente sovversiva, dell’uomo nero armato, contro il teorema dell’arma da fuoco come strumento implicito di controllo sociale. L’azione era stata annunciata già da un mese ma è innegabile che negli ultimi giorni la situazione si sia fatta rovente e del tutto instabile. La campagna Trump sembra pronta allo scontro. Già da mesi collabora con i «bikers for Trump» una associazione di motociclisti Harley Davidson dall’iconografia Hells Angels che sostiene di aver decine di migliaia di aderenti, in gran parte reduci di guerra. D’accordo con il servizio di sicurezza di Trump, i bikers hanno organizzato il servizio d’ordine per diversi comizi del magnate e hanno ora diramato un appello per riunire a Cleveland 10000 membri per «garantire la sicurezza del nostro candidato» e aiutare la polizia contro i contestattori «di sinistra». Non c’è forse bisogno di evocare i morti al concerto di Altamont Speedway (l’ultima volta che servizio d’ordine venne affidato a biker) per immaginare il potenziale disastroso.

In questa metropoli afosa, corrosa dalla deindustrializzazione la convention che a suo tempo era sembrata grande evento augurante una rinascita, giunge insomma come apice nefasto di un crescendo di angustia e violenza. Più che summit politico, viene da dire, un gorgo psichico del paese. Gli attentati alla polizia sono un gigantesco assist alle spallate di Trump e alla sua narrazione apocalittica che ha sdoganato un prorompente panico bianco.

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