In Turchia c’è ancora un’opposizione: «No a stato d’emergenza»

Hdp e repubblicani protestano contro la misura imposta dal presidente Erdogan. Fermo di polizia estendibile fino a 30 giorni. Arrestato il nipote dell’imam Gülen, chiuse migliaia di scuole, università, ospedali e sindacati

Mariano Giustino, il manifesto • 24/7/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 590 Viste

ISTANBUL  Erdogan si sente ancora insicuro. E teme che un ritorno veloce alla normalità possa vanificare il vantaggio politico conseguito nei confronti delle opposizioni. Gioca quindi la carta della sicurezza generale per consolidare il proprio potere. Ma questa è una rischiosissima partita che potrebbe rivolgersi contro di lui.

Il leader del Partito Repubblicano del Popolo propone una commissione parlamentare che monitori lo stato d’emergenza e propone che di questa commissione facciano parte anche tutti i ministri del precedente governo. Bisogna, sostiene, impedire la caccia alle streghe.

Anche il partito di sinistra filocurdo Hhp, il Partito Democratico dei Popoli, si è opposto allo stato di emergenza e alla sospensione dell’articolo 15 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo decisa nell’ultima riunione di Gabinetto. Il suo leader, , ha denunciato ieri in piazza a Istanbul, di fronte a migliaia di sostenitori, il fatto che il tentativo di colpo di Stato è diventato un pretesto per il governo per eliminare tutta l’opposizione e limitare i diritti democratici e le libertà.

«Facciamo appello a tutte le istituzioni e alle organizzazioni politiche e sociali del paese di essere solidali per la sicurezza e la libertà dei nostri popoli, per il futuro democratico della nostra società. La via d’uscita dal colpo di Stato sono la democrazia e la libertà e l’affermazione dello Stato di diritto». Con queste parole d’ordine l’Hdp ha tenuto ieri a Istanbul la sua prima manifestazione dopo il golpe.

E oggi è la volta del Partito Repubblicano del Popolo, Chp, che manifesterà nella storica piazza Taksim a Istanbul contro il golpe e per il ritorno immediato allo Stato di diritto. Quando il Chp ha annunciato di volere organizzare una manifestazione pubblica a Istanbul il 24 luglio, in maniera analoga a quelle tenute dai sostenitori dell’Akp, il governo non solo ha dato la sua autorizzazione, ma ha anche annunciato l’invio di una propria delegazione; consentirà l’utilizzo gratuito del trasporto pubblico per incoraggiare la partecipazione della popolazione.

Se d’ora in poi l’orientamento sarà questo tra le forze politiche turche, troverebbe conferma l’antica saggezza del proverbio per cui in ogni male c’è comunque qualcosa di buono. Questo potrebbe aprire la strada della riconciliazione per il rafforzamento del sistema democratico parlamentare della Turchia invece che la centralizzazione del potere nelle mani di una sola persona e con pochi pesi e contrappesi.

Ma le dichiarazioni di Erdogan rilasciate ieri all’emittente televisiva France 24 non fanno presagire nulla di buono. «I golpisti hanno avuto istruzioni dalla Pennsylvania e hanno iniziato a confessare». L’allusione è al predicatore islamico Fethullah Gülen, in esilio volontario negli Usa, un tempo alleato dell’Akp e ora acerrimo nemico, ritenuti dal presidente turco ispiratore e responsabile del golpe.

«Libereremo le nostre istituzioni da questo cancro. Non c’è nessun ostacolo al rinnovo dello stato di emergenza; ora è di tre mesi, ma potrebbe esserci un suo prolungamento di altri tre. La popolazione non dovrebbe temere nulla, lo scopo dello stato di emergenza è di riportare le istituzioni democratiche a funzionare genuinamente. Le nostre istituzioni funzioneranno meglio d’ora in poi».

Queste affermazioni destano molta preoccupazione nell’opinione pubblica turca che teme che la misura dello stato di emergenza, fortemente restrittiva delle libertà, possa durare a lungo, come accaduto in passato. Erdogan con queste dichiarazioni fa intendere che potrebbe avere bisogno di molto più tempo per ripulire le istituzioni dello Stato dalla presenza gülenista e per regolare i conti con tutta l’opposizione che intende avversare il suo progetto di riforma della Costituzione in senso presidenziale senza i necessari bilanciamenti.

A tal proposito l’annuncio fatto ieri in merito ai tempi del fermo di polizia fanno pensare che il pugno di ferro contro oppositori e voci critiche si possa ulteriormente intensificare: ieri con un decreto legge il governo lo ha esteso fino a 30 giorni. Ovvero un mese prima che un arrestato possa di mettere piede in un’aula di tribunale. Chissà quale potrebbe essere il destino di un sospettato, scomparso per 30 giorni in una prigione di Stato.

Con lo stesso decreto l’esecutivo ha anche ordinato la chiusura di 1.043 scuole private, 1.299 associazioni e fondazioni, 15 università private, 35 ospedali e 19 sindacati (tutti accusati di legami con l’imam Gülen di cui ieri è stato arrestato il nipote Muhammet Sait Gülen, sospettato di partecipazione al tentato golpe).

I due vice primi ministri Numan Kurtulmus e Mehmet Simsek sostengono cose un po’ diverse da quelle del presidente. Dicono che lo stato d’emergenza durerà tre mesi e che la sospensione dell’articolo 15 della Convenzione dei diritti dell’uomo durerà al massimo 45 giorni. La divergenza emerge anche per quanto riguarda il coinvolgimento delle opposizioni nel processo di riforma costituzionale.

Anche i toni dello stesso primo ministro Binali Yildirim per quanto riguarda la possibilità di introdurre la pena di morte sono molto diversi da quelli usati da Erdogan che ritiene che questa misura possa essere sottoposta all’ordine del giorno in Parlamento.

E ancora, è stato nominato quale mediatore tra il governo e l’opposizione l’ex presidente Abdullah Gül che era uscito di scena perché distante dalla politica autoritaria di Erdogan.
La durata delle misure previste dallo stato di emergenza per l’eliminazione della minaccia golpista rappresenta un serio banco di prova della capacità del governo Akp di limitare il pugno di ferro del presidente Erdogan nella sua azione repressiva e di far rientrare il paese nella normalità democratica. I prossimi tre mesi saranno una prova per tutto questo.

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