Assumiamo Thx 1138: non prende ferie e non sciopera mai

Robotica. Uno studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro: «nelle prossime due decadi il 56% dei lavoratori asiatici sarà sostituto da robot»

Paolo Tosatti, il manifesto • 14/8/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Studi, Rapporti & Statistiche • 1019 Viste

Pianeta Terra, anno 2036. Alle due del mattino l’unità operativa Thx 1138 si attiva dopo il periodo di ricarica, estende i suoi quattro manipolatori meccanici multifunzione con feedback di forza e inizia la sua giornata di lavoro di 22 ore.

Entrata in funzione 10 anni prima, nei suoi 3.652 giorni di servizio Thx 1138 non ha mai preso ferie o permessi, non ha mai fatto un ritardo e non si è mai ammalata. Con impeccabile efficienza assembla componentistica per computer e apparecchi hi-tech, garantendo una produzione con zero tempi morti e zero difetti, senza mai avanzare rivendicazioni di alcun tipo. Nella fabbrica gli operai umani, ormai, sono solo un ricordo. È una distopia sempre più a portata di mano quella letta e vista in decine e decine di libri e pellicole di fantascienza che ipotizzano un futuro, neanche troppo lontano, in cui le macchine cominceranno a sostituirsi agli uomini, da prima nei semplici lavori manuali e poi in attività sempre più complesse, fino a soppiantarli completamente nelle narrazioni più pessimistiche.

Questa volta però l’allarme non viene dalla World science fiction society ma da uno studio appena pubblicato dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), secondo cui lo sviluppo dell’industria robotica e l’automazione sempre più elevata dei processi produttivi avranno un effetto negativo dirompente sull’occupazione dei Paesi membri dell’Asean, l’Associazione delle nazioni del Sud Est Asiatico.

Il report, realizzato analizzando i modelli di produzione e i piani di sviluppo di oltre 4mila compagnie attive nella regione, prevede che nelle prossime due decadi il 56 per cento dei lavoratori di Cambogia, Indonesia, Filippine, Tailandia e Vietnam perderà il proprio impiego perché sarà sostituto da robot.

A essere colpita sarà soprattutto la forza lavoro meno qualificata, come gli operai semplici addetti alle industrie tessili, delle calzature e del vestiario.
Gli effetti peggiori in assoluto si avranno in Cambogia e in Vietnam, con rispettivamente l’88 e l’86 per cento dei disoccupati in più rispetto alla situazione attuale.

A subire il contraccolpo più forte saranno le donne, molto spesso impiegate come bassa manovalanza senza tener conto delle loro specifiche competenze. Lo studio dell’Oil si sofferma in particolare sul Vietnam, evidenziando come nell’anno passato, investendo in macchine automatiche per il taglio dei tessuti, una fabbrica impiegata nel settore dell’abbigliamento sia riuscita a sostituire gruppi di 15 operai con singoli robot, a un costo ammortizzabile in soli 18 mesi di attività.

Un dato capace di entusiasmare un amministratore delegato e al tempo stesso terrorizzare migliaia di operai.

Ovviamente, sottolineano gli esperti dell’Ilo, il problema non è nella tecnologia in sé ma nella necessità di ripensare gli attuali modelli di produzione e di lavoro alla luce delle nuove possibilità e delle nuove sfide, collegate agli inevitabili progressi della tecnica.

Come spiegato da Deborah France-Massin, direttrice del Bureau for employers’ activities dell’organizzazione, per evitare uno scontro tra blue collars e silver collars i governi dei dieci Stati dell’Asean devono puntare da subito alla riqualificazione della forza lavoro a rischio disoccupazione, investendo risorse nei campi dell’istruzione e della formazione professionale per non ritrovarsi nel giro di pochi anni con un esercito di ex lavoratori ridotti all’indigenza. Parallelamente i membri dell’associazione dovrebbero abbandonare il loro modello produttivo, incentrato quasi esclusivamente sull’esportazione di prodotti finiti di bassa qualità e iniziare a generare beni e servizi per il mercato interno, favorendo al contempo lo sviluppo di una classe media.

La disoccupazione tecnologica, però, non riguarda solo le economie del Sud Est Asiatico.
Diretta conseguenza della crescita dell’industria robotica, quello dell’aumento del numero di lavoratori che rischiano di venire soppiantati dalle macchine è un problema globale, con cui tutti i Paesi sono chiamati a confrontarsi.

A cominciare dalle nazioni asiatiche, il cui notevole sviluppo degli ultimi decenni è strettamente collegato a produzioni ad alta intensità di manodopera non specializzata, quelle che più facilmente possono essere affidate a robot.

Non a caso i dati della International federation of robotics mostrano che sulle 248mila unità complessivamente vendute nel 2015 l’Asia ne ha acquistate 156mila, con una crescita del 16 per cento sui dodici mesi.

A guidare la classifica dello shopping robotico è ovviamente la Cina, con 68mila unità, 18mila in più rispetto all’intera Europa, con un incremento del 17 per cento su base annua. Seguono la Corea del Sud e il Giappone, con rispettivamente 37mila e 35mila unità, a notevole distanza dal primo Paese non asiatico della classifica, il colosso statunitense, che l’anno scorso ha comprato 27mila robot.

I sempre più numerosi progetti portati avanti dalle grandi compagnie asiatiche nel campo della robotica, dalla Sony alla Lenovo, dalla Nachi alla Mitsubishi, così come l’appello lanciato dal presidente cinese Xi Jinping per una «rivoluzione industriale robotica» e il tam tam mediatico che ha seguito l’inaugurazione dell’Hen-na Hotel, il primo albergo gestito interamente da robot che ha aperto l’anno scorso in Giappone, vicino Nagasaki, sono prove evidenti che l’«invasione delle macchine», in Asia, è già iniziata.

Ma, diversamente da quello che uno dei principali filoni della science fiction ci ha abituato a pensare, invece che dai fucili laser o da altre armi tecnologicamente all’avanguardia, la vera minaccia arriva dalla possibilità di impiegare automi al posto degli essere umani per il lavoro di tutti i giorni.

In questo scenario la scommessa, sia per i governi della grandi potenze che per quelli dei Paesi in via di sviluppo, consisterà nel riuscire a gestire con il minor danno possibile la delicata fase che l’economista tedesco Klaus Schwab, fondatore e presidente del Forum economico mondiale, ha definito la «quarta rivoluzione industriale», in cui al tradizionale lavoro delle persone si affiancherà quello dei robot.

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