Sisma. Effetto domino

Ieri un terremoto di magnitudo 4.4 E resta il timore che la faglia spostandosi abbia attivato quelle vicine. Duemila scosse, geologi in allerta “Quel sisma può scatenarne altri”

ELENA DUSI, la Repubblica • 29/8/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 992 Viste

ROMA. Lo sciame continua, e con esso la paura. Ieri sono state superate le duemila scosse, da quella principale di magnitudo 6.0 di mercoledì scorso. La più forte ha raggiunto magnitudo 4.4, ieri pomeriggio. Ha colpito i Monti Sibillini, in provincia di Ascoli Piceno, con epicentro vicino ad Arquata del Tronto. Essendo stata piuttosto superficiale (9 chilometri) si è fatta sentire molto: fino a Macerata e Ancona.

L’andamento dello sciame per ora rientra nella norma. Dopo L’Aquila, nel 2009, i sismografi oscillarono altre 18mila volte. L’ultima scossa di magnitudo superiore a 3 si fece sentire un anno dopo il grande sisma. E anche oggi a Rieti i geologi restano molto all’erta. Il pericolo è che la faglia che ha causato il terremoto, spostandosi, abbia attivato faglie vicine, secondo un effetto domino ben noto ai geologi. «Lì accanto — spiega Alessandro Amato, sismologo dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e direttore del Centro nazionale terremoti — ci sono altre faglie importanti, che in passato hanno generato terremoti forti. Anche più forti dell’attuale».

In quell’area dell’Appennino le fratture della Terra si susseguono ogni 5-10 chilometri. L’Usgs, il servizio geologico del governo americano, all’indomani della scossa principale parlò di «tettonica e geologia particolarmente complesse», a causa dell’«immersione della placca Adriatica sotto all’Eurasia, del movimento degli Appennini da Est a Ovest, della collisione fra l’Africa e l’Eurasia che spinge la catena alpina verso Nord e dell’allargamento del bacino tirrenico». Il risultato: un labirinto di forze e di pressioni, un puzzle anche per i geologi più esperti.

«La probabilità che la scossa principale attivi altre faglie e causi altri forti terremoti è inferiore al 10%», precisa Warner Marzocchi dell’Ingv. «Quando avviene una scossa, questa potrebbe caricare di energia altre faglie nella zona limitrofa. Se una di queste era già prossima alla rottura, diventa facile che possa generare un altro terremoto forte. Ma non sappiamo dire né se, né dove e né quando. Ci sono tante faglie, non abbiamo idea di quale sia, eventualmente, quella pronta ad attivarsi ».

In Emilia nel 2012 si sospetta che la seconda scossa forte, quella del 29 maggio, sia stata causata proprio dall’effetto domino: la rottura di una faglia diversa da quella del primo sisma del 20 maggio. Per monitorare la situazione, l’Ingv già da mercoledì notte ha inviato nell’area di Rieti varie squadre di esperti, per controllare l’attività delle faglie con i sismometri (una quindicina quelli “da campo”, sotterrati in buche ad hoc in terreni e cortili e alimentati con i pannelli solari, aggiunti agli strumenti della rete di sismometri permanenti) e misurare gli spostamenti orizzontali di vari punti nel terreno con il gps. Altri geologi studiano come i vari tipi di terreno (roccioso o sedimentario, formato da detriti) abbiano amplificato le onde sismiche, provocando danni più o meno gravi agli edifici, o ricercano sul terreno le fratture e gli slittamenti provocati dal terremoto.

«I dati raccolti nelle prime ore dopo la scossa sono essenziali per identificare la faglia principale. Nei giorni successivi invece si cerca di seguire l’andamento dello sciame, e di capire se altre faglie più o meno importanti siano pronte ad attivarsi ». Un altro gruppo di geologi e di tecnici, infine, ha iniziato la laboriosa operazione di sopralluogo degli edifici, che andrà avanti ancora per mesi a fianco della Protezione Civile. «Per il momento — spiega Amato — non abbiamo riscontrato migrazioni dello sciame». L’effetto domino non sembra scattato e gli epicentri restano confinati in una fascia lunga una ventina di chilometri. «Ma siamo ancora incerti — aggiunge il sismologo — se la scossa principale abbia coinvolto solo una oppure due faglie diverse». L’epicentro infatti era a cavallo fra la frattura dei Monti della Laga a Sud e quella del Monte Vettore a Nord. «I primi dati che abbiamo ricevuto dagli strumenti e via satellite sono compatibili con entrambe le ipotesi» continua Amato. Che conferma: «Sappiamo che lì sotto ci sono faglie attive sia verso il lago di Campotosto a Sud che verso i Sibillini a Nord. In passato, da questi segmenti, abbiamo avuto sismi importanti, anche superiori in magnitudo rispetto a quello di oggi».

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