La democrazia radicale può superare il capitalismo

Intervista ad Achin Vanaik, a cura di Orsola Casagrande (dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

Orsola Casagrande, Rapporto sui Diritti Globali 2012 • 24/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 604 Viste

(dal Rapporto sui Diritti Globali 2012)

 

Il ruolo nella geopolitica del capitalismo che evolve può essere giocato da un quintetto di nazioni, Stati Uniti, Russia, Cina, Unione Europea e India, la cui leadership rimane ancora saldamente in mano agli USA. Ma come collettivo, potranno davvero sperare di avere successo nell’affrontare i problemi chiave di povertà e ineguaglianza sociale, squilibri ambientali, l’emergere di politiche di esclusivismo culturale di ogni tipo, il militarismo, il nuclearismo? Non è invece, suggerisce Achin Vanaik, oggi più chiaro che mai il bisogno di una visione di un anticapitalismo che sia basato su forme di democrazia partecipativa che vadano oltre quelle che le democrazie capitaliste possono offrire? Vanaik è docente di Relazioni Internazionali e Politiche Globali alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Delhi

 

Redazione Diritti Globali: Partiamo dalla tua analisi sul mondo contemporaneo. Tu sostieni che esso sia il risultato di un processo di industrializzazione capitalista cominciata oltre 200 anni fa. Aggiungi, però, che si è trattato di un processo che ha avuto luogo in una cornice preesistente di un sistema multi-Stato che col tempo è diventato il sistema degli Stati nazione.

Achin Vanaik: Esatto. Io credo che da allora ci sia stata una doppia dinamica geopolitica e geoeconomica in cui la prima è parzialmente autonoma e sostanzialmente modellata dal sistema di Stati nazione in cui gli Stati più potenti hanno chiaramente giocato un ruolo sproporzionatamente importante nel modellare le geopolitiche capitaliste. Lo sviluppo capitalista è sempre stato impari e combinato. Cioè a dire che ci sono divergenze inevitabili ma anche convergenze di entrate, ricchezza e potere tra Stati, tra classi e tra gruppi sociali. C’è anche sempre una combinazione del vecchio e del nuovo a tutti i livelli, economico, sociale, culturale, ideologico nelle forme in autorità politica pubblica per esempio. Quello che voglio dire è che anche se ci sono caratteristiche comuni come l’autoritarismo, il capitalismo, il nazionalismo e la democrazia, ci sono sempre singolarità storicamente specifiche che devono essere colte se vogliamo pienamente comprendere le singole regioni e Paesi.

La stessa natura della geopolitica e geoeconomia capitalista dà adito a ogni genere di tensione, rivalità e anche alla resistenza. La storia degli ultimi 200 anni è segnata da queste caratteristiche. Oggi, credo, siamo in una quarta fase. La prima fase è quella cominciata all’inizio del XIX secolo e durata fino alla Prima guerra mondiale. È la fase che ha visto la nascita e il declino della Gran Bretagna con Stati Uniti e Germania come potenze emergenti. Quindi c’è stato il periodo delle rivalità inter-imperialiste che è sfociato in due guerre. La terza fase è quella del secondo dopoguerra e il sistemico conflitto tra capitalismo avanzato guidato dagli USA e la gran parte del blocco comunista guidato dall’URSS. Adesso, nell’era post Guerra Fredda, c’è il collasso dell’Unione Sovietica, la trasformazione capitalistica della Cina e una globalizzazione accelerata dei processi economici capitalistici.

 

RDG: Tu sostieni che la fonte del dinamismo capitalista – e assieme della sua debolezza – è la competizione tra capitali che fino a un certo punto invariabilmente si traduce in competizione tra Stati che è sempre molto più destabilizzante. Che conseguenze ha questo?

AV: Prima di tutto ci deve essere un qualche meccanismo di coordinamento per stabilizzare la competizione capitalista. A livello nazionale questo meccanismo è fornito dallo Stato-nazione, mentre a livello internazionale dal sistema degli Stati-nazione in cui il sottoinsieme degli Stati più potenti fornisce le regole vitali, norme, supervisione, monitoraggio e misure punitive. È in questo senso che lo Stato-nazione è una forma cruciale di monopolizzazione del potere. Ci sono due visioni sulla relazione tra globalizzazione capitalista e Stato-nazione. Una sostiene che il capitalismo non ha bisogno dello Stato-nazione e che la globalizzazione stessa sta minacciando il significato e il ruolo dello Stato-nazione. Pertanto, il sostegno qualificato e critico a questa globalizzazione capitalista – una specie di approccio transitorio socialdemocratico – può esso stesso preparare la strada per il superamento dello Stato-nazione. L’altra visione sostiene che il capitalismo è inseparabile da uno Stato-nazione che è l’espressione più alta della monopolizzazione del potere. Quindi lottare per un socialismo che debba trascendere il sistema dello Stato-nazione (non socialismo in uno Stato) significa lottare contro la globalizzazione capitalista, non sostenerla criticamente o in maniera qualificata e perciò rigettare l’illusione di un cosmopolitismo capitalista socialdemocratico anche come prospettiva transitoria.

 

RDG: Dove stiamo andando ?

AV: Quello che sembra emergere come cruciale sottoinsieme di potenze che cercherà di fornire il coordinamento globale necessario per il capitalismo è un quintetto di potenze – USA, Unione Europea, Russia, Cina e India. Altre potenze emergenti per quanto importanti ad altri livelli, per esempio WTO, G20, BRICS, ecc., non rientrano in questo gruppo di nazioni perché non possiedono in misura sufficiente i tre requisiti cruciali di peso demografico, economico e militare. Il punto è che per la prima volta nella storia umana il capitalismo domina il pianeta e il peso relativo e assoluto delle classi elitarie/dominanti che beneficiano dalle stesse ineguaglianze di questa globalizzazione capitalista è cresciuto in maniera significativa dando loro un interesse nel sostenerlo e promuoverlo.

Nonostante il loro relativo declino, gli USA sono gli unici candidati seri alla leadership di questo quintetto perché solo loro sono sufficientemente riconoscibili rispetto alle loro proprietà e sono anche in grado di progettare un modello di società che può essere per certi versi “ammirato” e quindi servire come punto di emulazione per altre potenze. Gli Stati Uniti sono il Paese capitalista più fortemente avanzato. Sono il Paese militarmente e tecnologicamente più forte. Sono il Paese più unificato politicamente, quello che non ha seri problemi interni, del genere che invece hanno Russia, Cina e India. È il più sicuro tra tutti i Paesi capitalisti, quello dove i ricchi del mondo vorrebbero parcheggiare almeno una parte dei loro capitali. È il più puro tra i Paesi capitalisti, quello che rende le sue pratiche culturali, gestionali e istituzionali capitaliste le più modulari e trasportabili in confronto a quelle di altre società.

 

RDG: Ciò detto però è evidente che ci sono problemi enormi per gli USA nei loro sforzi di sostenere questo progetto globale informale.

AV: Certo. Ci sono tensioni con la Russia e la Cina in particolare, ma ancora più significativo che il suo declino economico è la sua debolezza politica in Asia occidentale, Asia centrale e Nord Africa. Anche per il quintetto non c’è modo di giocare in maniera efficace il suo ruolo stabilizzatore. Non può gestire i quattro cavalieri dell’apocalisse come faceva: povertà di massa e crescenti diseguaglianze di ingresso, ricchezza e potere, squilibri ecologici, le crescenti politiche di esclusivismo politico di vario genere, crescente nuclearismo e militarismo.

Possiamo essere sicuri che ci saranno rivolte di massa di vario genere basate molto, se non soprattutto, su un senso di insoddisfazione comparativa oltre che su livelli assoluti di povertà, culturale, economica, sociale e politica. Gli USA saranno gli ultimi egemoni e il loro declino deve essere attivamente favorito e accelerato. Questo significa che nessuna altra potenza può sperare di fornire singolarmente o collettivamente la stabilità necessaria dell’ordine capitalista mondiale o anche del sistema degli Stati-nazione. Dal momento che la democrazia sociale è una chimera, c’è bisogno di una maggior radicalizzazione, cioè a dire della definizione di una chiara prospettiva e visione anticapitalista. Ma è anche necessario riconoscere che la protezione politica più forte del capitalismo è stata la sua organizzazione politica procedurale eppure realmente liberaldemocratico. Pertanto cruciale – se si vuole riuscire a trascendere il capitalismo – è la questione della pressione per forme di democrazia partecipativa più profonda e ampia. Una più profonda democratizzazione nel senso di ottimizzare il principio della sussidiarietà nella presa di decisioni e forme di pianificazione democratica delle attività economiche. Una più ampia democratizzazione che contrasti le emergenti insularità nazionaliste per proporre e muoversi verso cornici regionali più ampie di vita politica. Da qui l’idea di confederazioni di un tipo più nuovo e più democratico.

A breve termine la condizione necessaria ma non sufficiente è sconfiggere il progetto imperiale statunitense. Il futuro è naturalmente a finale aperto e non c’è certezza che il mondo che vogliamo sarà alla fine il mondo che costruiremo. Ma lottare per sconfiggere il principale nemico dei nostri tempi e i suoi alleati sarà qualcosa che ci terrà occupati e ci preoccuperà per molti anni a venire.

 

RDG: Che ruolo ha l’India nel quintetto?

AV: Nel quintetto Unione Europea e India sono le due potenze di cui gli Stati Uniti si possono maggiormente fidare. Questo è abbastanza chiaro non solo da documenti strategici USA ma anche dalla pratica dei governi indiani nell’ultima decade. Adesso l’India ha relazioni molto strette a livello di esercitazioni e training militare. Sono relazioni più strette di quelle che l’India aveva durante la Guerra Fredda con l’URSS. La Russia rimane la maggior fornitrice di equipaggiamento militare, ma in termini di collaborazione è molto più stretta la relazione con gli USA.

Non è un segreto che gli americani vogliono costruire una sorta di NATO asiatica per contenere la Cina. E i nodi più importanti sono USA, India, Giappone, Australia. Poi cercheranno di coinvolgere altri Paesi tipo Indonesia, Filippine, Malesia, Thailandia, perfino il Vietnam. Rimarrà questa la situazione? Non necessariamente. Se gli USA subiranno un declino significativo, allora sarebbe più sensato per l’India esplorare un equilibrio e una relazione migliore con Russia e Cina. Ecco perché gli sviluppi di ciò che sta avvenendo in Medio Oriente potrebbero avere importanti ripercussioni anche in Asia. Per questo dico che la Palestina e la questione kurda potrebbero avere un effetto importante in futuro sulle relazioni a livello globale. Per questo dico che questa parte del mondo è politicamente un punto debole per gli USA. Economicamente la resistenza maggiore alla globalizzazione neoliberale viene dall’America Latina, ma la resistenza politica viene dall’Asia dell’Ovest, dall’Asia Centrale e dal Nord Africa.

Quello che poi bisogna tenere presente è che India e Cina non possono pensare di soppiantare gli USA come leader, nonostante siano nazioni in crescita. Questo perché come dicevo gli USA sono l’ultimo egemone. Sono convinto che si apriranno nuovi spazi di opportunità per lottare per un futuro migliore.

Bisogna poi tenere presente una differenza importante tra Cina e India. La Cina ha ancora un sistema molto autoritario, in India è più democratico al vertice. Ciò significa che le lotte in India vengono segmentate perché ci sono diversi focolai di rivolta. Quando hai un sistema autoritario gli oppressi sono concentrati in un unico punto, per così dire. Mentre in India i focolai di rivolta sono diffusi, in varie zone del Paese.

In India c’è un discorso politico progressista ma non è predominante. Il discorso predominante in India è quello che dice: «Siamo una potenza emergente e dovremmo essere presi seriamente come la Cina; siamo una democrazia e abbiamo una civiltà millenaria». Ma questo discorso sta dando luogo alla nascita di un nazionalismo aggressivo.

Una volta, dopo il movimento nazionale, gli indiani dicevano che volevano costruire la loro India, guardando a Est e a Ovest, prendendo di qua e di là, ma per costruire un progetto originale. Oggi, la borghesia indiana e le élites, che pur sono critiche degli USA, in ultima analisi vogliono essere come gli USA, così democratici, così tecnologicamente avanzati. E questo indebolisce la nostra capacità di sfidare quel discorso. Come fai a sfidare quello che, nei fatti, pensi essere il tuo modello?

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