Le macerie sui Palazzi della politica

Sisma e crisi. Alla faglia geologica si è aggiunta una vera e propria faglia democratica. Abbandono delle aree interne a favore dello sviluppo costiero, subordinazione delle politiche di risanamento ai vincoli della spesa pubblica, svuotamento delle autonomie locali a favore della centralizzazione

Aldo Carra, il manifesto • 2/9/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Politica & Istituzioni • 630 Viste

Sembrava fino a pochi giorni fa che l’agenda politica dei prossimi tre mesi fosse stata già scritta: tema referendum, svolgimento con parti già assegnate agli attori politici ed unica incognita la dimensione che avrebbe assunto il No dentro il Pd. Ma il terremoto ha mandato in frantumi anche questo copione.

Già dopo le elezioni amministrative, quando tutti aspettavano una calda direzione del Pd ed una resa dei conti con la sinistra, la strage di Dacca aveva cambiato il clima interno ed attenuato lo scontro. Adesso il terremoto apre nel panorama politico, e non solo dentro il Pd, una fase nuova.

La cui evoluzione è imprevedibile tanto che qualcuno addirittura ipotizza lo spostamento del referendum. In ogni caso il referendum ha perso centralità ed altri temi si stanno imponendo all’attenzione.

Il manifesto ha già ospitato interessanti contributi che mettono in agenda il tema del modello di sviluppo. Questa mi sembra la strada giusta che dobbiamo seguire nell’interesse generale del paese ed in quello più specifico della sinistra.

La morte della politica di cui si era già cominciato a parlare, adesso, è ancora più evidente nel contrasto clamoroso tra cittadini attivi, corpi professionali specializzati, sentimenti profondi di solidarietà umana che si sono sprigionati come se le energie naturali liberatesi dalle viscere della terra avessero sprigionato una carica di energia collettiva ed una classe politica che le sue più belle figure le ha fatte quando ha taciuto.

Invece dopo una brevissimo silenzio essa ha parlato, ha riempito schermi e pagine stampate di banalità, dichiarazioni vuote e sempre uguali, paragoni vergognosi tra risorse per immigrati e risorse per terremotati. Squallide recite di parti in commedia per differenziarsi dagli altri e dai propri sodali (vedi posizioni dentro la Lega).

Così alla faglia geologica si è aggiunta una vera e propria faglia democratica.

Qualcuno con brutale sincerità e viscido sorrisetto ha detto che il terremoto sarà occasione per una ripresa dell’economia. Non siamo al livello di chi si fregava le mani per la gioia mentre l’Aquila crollava, ma restiamo ancora fermi all’idea di una economia che gira intorno alla produzione materiale, all’economia del Pil – anche i disastri fanno Pil – ed alle nozioncine keynesiane.

Siamo dove eravamo, insomma. Non certo dove dovremmo essere. E perciò davanti ad una frattura che cresce tra coscienza collettiva e livello e qualità della politica.

Dovremmo, invece, chiederci perché non abbiamo fatto passi avanti rispetto al passato (i terremoti non si possono fermare, ma le loro conseguenze si possono ridurre), pur essendo un paese in cui zone sismiche e frequenza dei fenomeni sono state studiate abbastanza da poter attuare politiche di manutenzione e messa in sicurezza efficaci.

È solo un caso o una dimenticanza? No. Quanto è accaduto è la risultante di tanti fattori ben noti: abbandono delle aree interne a favore dello sviluppo costiero, subordinazione delle politiche di risanamento ai vincoli della spesa pubblica, svuotamento delle autonomie locali a favore della centralizzazione e tanti altri fattori ben analizzati negli articoli di questi giorni.

Queste cose messe insieme non sono che tante facce di un unico fenomeno: il modello di sviluppo capitalistico all’italiana, la sua torsione finanziaria ed efficientista, sposata con l’intreccio tra politica, affari, clientele che nelle realtà locali trovano l’acqua in cui nuotare.

Le macerie sono il crollo di questo modello. Modello di spesa pubblica sbagliato perché non è che non si sia speso, ma si è speso male e per obiettivi di breve termine ed elettoralistici. Ed è lo stesso modello adottato a livello nazionale con politiche di incentivi mirate solo a raccogliere consensi.

Ma proprio in questi giorni emerge, con tragica contemporaneità, anche il crollo di questa idea di politica economica: miliardi di euro sprecati per ottenere risultati occupazionali e di crescita inferiori a quelli di paesi che non hanno speso niente e fiducia delle imprese e delle famiglie in calo.

Abbiamo dato alle imprese quello che chiedevano, ma esse non hanno investito e non hanno creato lavoro. L’economia non è il libro cuore o il mercatino del baratto domenicale! Le iniezioni di fiducia a forza di dichiarazioni e spot durano poco!

Insomma qui sta crollando tutto, anche la fragile costruzione renziana di una politica senza spessore culturale e visione strategica. Ma il grande comunicatore avrà gioco facile a tenere la scena con tutto quello che ci sarà da fare per recuperare così i consensi che rischiava di perdere su altri terreni, referendum compreso.

Ma avrà gioco facile anche per un altro motivo: per l’assenza totale di un campo di sinistra che fornisca una lettura organica della relazione eventi ambientali-politica-affari-sistema economico e soprattutto che sia presente nei media nazionali e nei territori con proprie forze, proposte, idee.

Voglio sperare che la sinistra politica sia immersa in una pausa di riflessione, che stia ragionando su come prepararsi ad una funzione attiva nei territori nella fase di ricostruzione che si apre, su come starci per edificare insieme alle persone una nuova politica fatta di partecipazione di progettazione condivisa, di controllo dal basso delle fasi e del rispetto delle regole.

Insomma impegnata a discutere e ragionare su come costruire una leva di cittadini impegnati, di nuovi amministratori locali, una nuova classe politica che riparta dal basso e dai problemi. Voglio sperarlo perché questo compito non possiamo lasciarlo solo ai 5stelle.

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