L’«utopia concreta» dell’esercito del lavoro

L’«utopia concreta» dell’esercito del lavoro

In un mondo che non pensa più al domani, insensibile alla stessa idea di posterità, che quotidianamente erode i diritti delle future generazioni e le condizioni del pianeta, i visionari e sognatori si trovano inevitabilmente fuori posto.
Ecco che allora la carica utopica e le concrete suggestioni tocca cercarle più nel passato che non nel presente. In questo caso, guardare all’indietro non è propensione nostalgica, semmai la convinzione che la Storia sia un giacimento di idee preziose, perlopiù dimenticare ma spesso del tutto credibili e attuali.

Basti pensare al «Manifesto di Ventotene» e ad Altiero Spinelli, che andrebbero degnamente ricordati anzitutto studiandoli per davvero e omaggiati nei luoghi consoni, che certo non sono le navi da guerra, come quella al largo appunto di Ventotene, anche se intitolata al nome di Garibaldi. A Ventotene sono stati a lungo reclusi e confinati dal fascismo numerosi dirigenti democratici, intellettuali, avversari politici, futuri padri della Repubblica e della Costituzione italiana. Il testo che lanciava l’idea degli Stati Uniti d’Europa fu concepito oltre che da Spinelli, da Eugenio Colorni e da Ernesto Rossi, politico ed economista radicale. Il quale, al termine della guerra e all’indomani della Liberazione, nel 1946 (Casa Editrice La Fiaccola di Milano), pubblicò un testo dal titolo evocativo: «Abolire la miseria». In un vero e proprio programma articolato, veniva ipotizzata la costruzione di un «Esercito del lavoro».

Una proposta fondata su un’etica del lavoro e una convinzione non assistenzialista, che, per certi versi, si può anche considerare anticipatoria del Servizio civile e della possibilità di alternativa al servizio militare, che fu varata nel 1972 (Legge Marcora), con molte resistenze politiche e dopo che molti obiettori di coscienza pagarono con il carcere la loro coerenza. Oggi la leva non è più obbligatoria e le caratteristiche del Servizio civile sono mutate. Ma alla base vi era e vi è una cultura della solidarietà sociale, della cittadinanza attiva e dell’apporto che i singoli, in determinate circostanze, possono e talvolta debbono portare al benessere collettivo, anche in termini di lavoro per la comunità.

In questi giorni di nuovi lutti e di tragedie dovute al terremoto che ha colpito Lazio e Marche, e in particolare la piccola cittadina di Amatrice, emerge dolorosamente quanta poca prevenzione si faccia in Italia e quanto sia scarsa la manutenzione e la messa in sicurezza del territorio.

Proprio a questo riguardo, la proposta e la carica ideale e utopica di Ernesto Rossi possono tornare a essere una suggestione concreta. Certo da attualizzare, certo assicurando criteri e diritti, in modo che non possano sfociare in una sorta di «lavoro obbligatorio» o di lavoro surrettiziamente gratuito e senza rischiare di turbare o alterare le normali regole del mercato del lavoro. Richiamando semmai quella spinta degli «Angeli del fango» che accorsero a Firenze nel 1966 per contribuire a salvare il patrimonio artistico e a soccorrere la popolazione colpita.

Perché non applicare la ricetta di Rossi per un Servizio civile del lavoro esteso e mirato ai profughi e ai rifugiati?

È facile intuirne i risvolti positivi: sarebbe più facile l’integrazione sociale e la comprensione umana se a queste persone venisse proposto di partecipare a un «esercito del lavoro» per compiere interventi di manutenzione ambientale sui boschi, le rive dei fiumi, le coste del mare. Lavori di pulizia e di ripristino delle zone degradate o abbandonate. Nelle zone montane sarebbe urgente un lavoro massiccio per arginare l’avanzata del bosco, ripulire i sentieri e recuperare terreni per agricoltura e pascoli.

Anche riguardo al patrimonio artistico e culturale si potrebbero ipotizzare interventi di manutenzione e salvaguardia di situazioni degradate o a rischio.

Loro stessi potrebbero trarne beneficio, attraverso specifici momenti formativi e di apprendimento linguistico, oltre che di adeguata collocazione abitativa.

In generale, ne guadagnerebbe l’economia, l’ambiente, la qualità della vita sociale e la sicurezza dei cittadini, troppo spesso messa a rischio dall’incuria del territorio. Ma un ulteriore beneficio, forse anche maggiore, sarebbe di ordine morale e culturale.

Perché, come scriveva Ernesto Rossi, «il servizio nell’esercito del lavoro farebbe sentire ad ogni individuo in modo più immediato i rapporti di solidarietà che lo avvincono agli altri membri del consorzio civile».

Un vincolo che non riguarda gli uni o gli altri, stranieri o autoctoni, ma l’umanità intera. Immaginare un’umanità solidale, in questi tempi di guerre estese e infinite, di conflitti etnici, di pulsioni razziste, di crisi economiche globali, di populismi ed egoismi diffusi, può sembrare follia. Ma non lo è: si tratta di un’utopia possibile e necessaria. Che può essere edificata anche da piccole cose e da esperimenti sociali come questo.

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