Uccisa davanti al figlio. Così muore Miros in Messico una reporter

Indagava su narcos e politici, minacciata da tempo. Tre giornalisti uccisi in un mese

Guido Olimpio, Corriere della Sera • 27/3/2017 • Diritti umani & Discriminazioni, Informazione & Comunicazione, Internazionale • 459 Viste

Quartiere di Las Granjas, Chihuahua, Messico. Miroslava Breach è a bordo della sua auto, con lei il figlio appena uscito da scuola. A un incrocio si avvicina una seconda vettura, scende un uomo, giubbotto verde scuro, un cappellino blu, una borsa. Compie pochi passi e apre il fuoco: otto colpi di calibro 9.

Miroslava è morta, giovedì scorso. Ma era da sei mesi che era seriamente in pericolo, da quando sono arrivate minacce sempre più dure: «Ti abbiamo ucciso», le dicevano annunciandole che la sentenza era stata emessa da quel tribunale invisibile composto da cartelli, politici corrotti e malaffare. L’impasto nero che non tollera il lavoro di persone come Miroslava, giornalista di 54 anni senza paura e tanta voglia di pulizia. Adesso molti piangono la reporter del quotidiano La Jornada , ci sono state manifestazioni di protesta e in ricordo di «Miros», interventi dall’estero. Sdegno sincero bagnato da lacrime di coccodrillo. Le autorità esprimono vergogna. Peccato che non si siano preoccupate quando i banditi hanno iniziato la loro campagna per fermare la Breach. Un’ipotesi — sulla quale ci sono dei dubbi — è che l’agguato sia stato ordinato da Carlos Arturo Quintana, detto «El 80», un criminale che è anche sulla lista dei ricercati dagli Usa, responsabile de La Linea, braccio armato del cartello di Juarez. Il sospetto è nato da una «cartulina» ritrovata dalla polizia, di fatto una rivendicazione firmata dal boss. È proprio così? Magari è un osso buttato in pasto all’opinione pubblica e a chi indaga.

I colleghi della vittima — molto stimata ed amata — invitano a guardare anche altrove. Miroslava, in questo ultimo periodo, aveva lavorato con determinazione su diversi filoni: riciclaggio, pozzi d’acqua illegali, infiltrazioni delle gang nei municipi, patti tra partiti e organizzazioni di trafficanti. Pane quotidiano per chi ha forza e contatti buoni non solo per cercare notizie, ma anche per pubblicarle. Se arrivi a «metterle in pagina» sai bene cosa rischi, così come sai che sarai sempre più solo.

Il sacrificio della cronista — in realtà un’inviata di guerra perché la crisi in Messico è tale — ricorda quello di molti suoi colleghi. Ne hanno ammazzati oltre 120 dal 2000 e il 99,75 per cento di questi delitti è rimasto irrisolto. Sempre a marzo i sicari hanno fatto fuori Cecilio Birto, stato di Guerrero, e Ricardo Cabrera, nell’inferno di Veracruz. Entrambi erano da tempo nella linea di tiro, scampati a imboscate, violenze, avvertimenti.

Rituale di un Paese dove si registra una media di 7 scomparsi al giorno, spesso poi sotterrati nelle fosse comuni scavate dai gangster o sciolti nell’acido. Non pochi invece vengono lasciati nei sacchi dell’immondizia e nelle ghiacciaie, dopo essere stati fatti a pezzi. Lo smantellamento — parziale — dei network criminosi ha portato al «tutti contro tutti», a giri di alleanza mutevoli, a nuove contaminazioni. Persino la fazione di El Chapo, oggi in carcere, è smembrata dalla faida. Si disegnano scenari, con accordi sottobanco, riposizionamenti, favori del potere per aiutare un gruppo contro i rivali. Quanti provano a scrutare nel fondo di questo pozzo — come ha fatto Miroslava Breach — osano molto. E c’è chi non glielo perdona.

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