La sindaca di Barcellona Ada Colau contro il premier spagnolo Rajoy

«È stata una vergogna, ti devi dimettere»

Andrea Nicastro • 2/10/2017 • Internazionale • 451 Viste

BARCELLONA Il premier spagnolo Mariano Rajoy aveva assicurato che non ci sarebbero state urne e ci sono state. Che non ci sarebbero state schede e ci sono state. Che non ci sarebbe stato un voto e c’è stato. Allo stesso modo, però, il presidente catalano Carles Puigdemont aveva assicurato che il suo referendum indipendentista, dichiarato dai giudici come anticostituzionale, sarebbe stato «regolare, legittimo e con tutte le garanzie democratiche». Invece non c’erano osservatori dell’opposizione, liste elettorali verificabili o una Commissione di riconto minimamente indipendente. Non c’erano neppure cabine nella maggioranza dei casi per votare in segreto. In fondo non servivano. Il voto di ieri era l’espressione di una parte della Catalogna che si dibatte da anni in cerca di riconoscimento. Garanzie e legittimità erano evaporate da un pezzo.

Così, guidata da uno spirito quasi autolesionistico, la Spagna si è giocata la faccia davanti ai catalani, agli spagnoli e al mondo per chiudere 79 seggi referendari. Tanti, a partire dai nazionalisti catalani ai baschi alla sinistra di Podemos, hanno rispolverato il vocabolario della storia parlando di «repressione di stampo franchista indegna di un Paese europeo del XXI secolo». «Lo stato spagnolo ha scritto oggi una pagina vergognosa della sua storia in Catalogna», ha detto il presidente catalano Carles Puigdemont. Aggiungendo: «Ci siamo guadagnati il diritto all’indipendenza».

Settantanove scuole trasformate in luoghi di voto sui 2.300 che, sparsi per tutta Catalogna, sono invece rimasti tranquillamente aperti l’intera domenica. Per chiudere questi 79 seggi gli «anti disturbios» si sono fatti fotografare mentre assaltavano le «barricate», prendevano a calci gli aspiranti repubblicani, manganellavano signore con la borsetta, spaccavano le dita a scrutinatrici, sparavano palle di gomma in faccia a cittadini senza neppure un sasso in mano. Tra feriti e contusi, gli ospedali catalani hanno registrato 844 persone. Per cosa? Il referendum dichiarato anticostituzionale, boicottato da tutte le opposizioni anti indipendenza, era già di per se stesso squalificato a poco più di uno spot a favore del catalanismo. La notte passata in Plaça de Catalunya a Barcellona, in attesa di proclamare la scontata vittoria del sì, non conta. Come la presunta straordinaria partecipazione di più di 2 milioni di cittadini. Si sapeva che l’indipendentismo avrebbe trionfato con numeri non verificabili. A spoglio quasi terminato i sì hanno ottenuto il 90 per cento.

Ogni protagonista ha voluto recitare fino in fondo la parte che si è scelta. Il governo centrale del Partido Popular quella del guardiano dell’ordine a ogni costo. Gli indipendentisti catalani quella delle vittime innocenti, perseguitati da un nemico che arriva dall’arido entroterra pieno di invidia.

Gli orari della giornata sono indicativi per capire come hanno contato poco le esigenze d’ordine pubblico e molto di scelte politiche. Alle sei del mattino la polizia catalana, i Mossos d’Esquadra, avrebbero dovuto porre i sigilli a ciascun seggio. Non si sono visti. Dalle 5 si erano invece ammassati decine di volontari pro referendum. Chi aveva addirittura dormito nel seggio, chi si è svegliato presto per dar manforte. I Mossos cominciano ad arrivare verso le 8. Hanno le divise stirate, non certo per uno stato d’assedio. Valutano che la resistenza passiva degli aspiranti secessionisti rischierebbe di creare situazioni pericolose e tornano in commissariato.

I seggi aprono alle 9. La Guardia Civil blocca i siti su cui la Generalitat ha caricato le liste degli aventi diritto. Ma si inizia a votare comunque. I siti chiusi ricompaiono su altri server nei Paesi più vari. È a quel punto, dopo le 9.20, quando le prime schede sono compilate, che partono le spedizioni degli anti sommossa.

Sono le ore più convulse della giornata. I telefonini diventano telecamere e antenne e in pochi secondi tutti sanno quel che succede. La paura si impadronisce di chi sta nei seggi, arriva altra gente, si ripassano le istruzioni per una resistenza passiva.

Poco dopo le 14, nell’orario dei tg, compare la vice presidenta Soraya Saenz de Santamaria. Ringrazia gli agenti e definisce come «proporzionale» la forza utilizzata e dichiara «ormai fallito il referendum». Non succede più nulla. Nel pomeriggio nessun altro incidente, nessuna perquisizione, nessun sigillo. La gente vota e a sera si contano le schede.

La parola era passata alla politica già all’ora di pranzo. Il presidente catalano Carles Puigdemont l’aveva detto ieri al Corriere e lo conferma oggi il suo vice Oriol Junqueras: i catalani sono (o sarebbero) pronti a discutere.

Ieri sera il premier Mariano Rajoy è sembrato chiedere la resa incondizionata: per il premier il referendum era una «sceneggiata». Il dialogo «può esserci solo nell’ambito della legge: noi siamo tolleranti ma fermi». Chiama a un tavolo tutte le forze politiche. Sarà lì, che le altre forze politiche spagnole potranno cercare di giocare un ruolo. Il leader socialista Pedro Sanchez che sostiene dall’esterno il governo Rajoy è quello che si è assunto più responsabilità: «La violenza vista non ci piace, ma la responsabilità è dell’incoscienza degli indipendentisti. Dobbiamo difendere la convivenza conquista con la fine della dittatura. Pretenderemo che Rajoy apra il dialogo». Intanto la sindaca di Barcellona, Ada Colau, chiede le dimissioni del premier .

FONTE: Andrea Nicastro, CORRIERE DELLA SERA

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