Anche il Csm si appella al Parlamento: «Si approvi la riforma delle carceri»

Dopo il presidente Fico, anche l’organo di governo dei magistrati si rivolge a Camera e Senato. Il vice presidente Legnini chiede alle Commissioni speciali di analizzare e varare il decreto legislativo

Eleonora Martini • 19/4/2018 • Carcere & Giustizia • 311 Viste

Ora anche il Consiglio superiore della magistratura chiede al Parlamento di permettere alle Commissioni speciali di occuparsi della riforma dell’ordinamento penitenziario, giunta all’ultimo passo prima della definitiva approvazione da parte del governo. In realtà, l’organo di rilievo costituzionale che rappresenta uno dei tre poteri dello Stato va perfino oltre, rispetto all’appello “tecnico” rivolto il giorno prima dal presidente della Camera Roberto Fico ai gruppi parlamentari sulla base delle indicazioni del Garante dei detenuti, Mauro Palma. Il Csm chiede esplicitamente di approvare il primo decreto attuativo licenziato in seconda lettura dal governo, il 16 marzo scorso, e che attende solo il parere – non vincolante – delle Commissioni.

Il primo a sollevare la questione all’interno dell’organo di governo dei magistrati è stato ieri mattina il consigliere togato di Area, Piergiorgio Morosini, che in apertura del Plenum ha difeso la riforma. Il suo invito è stato poi raccolto dalla maggioranza delle toghe e dal vice Presidente Giovanni Legnini, che si è rivolto al legislatore per sostenere le ragioni del governo: «Rivolgiamo un appello al Parlamento sulla necessità di approvare la riforma dell’ordinamento penitenziario, frutto – ha sottolineato Legnini – di un lavoro lungo e partecipato che ha coinvolto le migliori competenze del Paese e che ha visto fortemente impegnato anche il Csm in sede consultiva».

Durante il Plenum si è svolto un dibattito sul tema che, al di là delle posizioni politiche, apre una questione di “garbo istituzionale” tra poteri dello Stato. «Alla luce dell’invito alla riflessione del Presidente della Camera, penso che anche il Csm possa rispettosamente formulare un appello per l’approvazione di questa riforma dell’ordinamento – ha affermato Morosini – ispirata dalla pronuncia della Corte europea del 2013 che condannava l’Italia per le condizioni delle nostre carceri e che ci ha imposto di intervenire non solo con soluzioni tampone ma con interventi strutturali. Credo che oggi più che mai – ha concluso il magistrato di Area democratica – il mondo politico istituzionale abbia bisogno di terreni su cui riconoscersi ed incontrarsi. L’Italia conosce forme molto feroci di criminalità ma ai detenuti non si può togliere l’opportunità di cambiare vita e il lungo lavoro del Csm, partito nel 2015, ci legittima oggi a sollecitare, nel pieno rispetto delle prerogative degli organi istituzionali competenti, l’approvazione dell’ordinamento penitenziario».

Una posizione del tutto condivisa dai laici di sinistra e da chi ha lavorato sul tema delle carceri nella Commissione mista del Csm. Molto meno dai magistrati più distanti dallo spirito della riforma, come il togato Aldo Morgigni (Autonomia e Indipendenza) e il laico di centro-destra Antonio Leone, preoccupati però soprattutto di non esercitare troppa «pressione» sul Parlamento con un appello che avrebbe potuto sembrare «un’ingerenza».

La decisione di reinserire o meno il primo decreto legislativo all’odg della Commissione speciale spetta alla capigruppo che si riunirà la prossima settimana. La questione su cui dibattere però – almeno stando allo spirito con il quale il presidente della Camera ha lanciato il suo appello – non è tanto politica quanto piuttosto “tecnica”. Infatti, in mancanza delle commissioni permanenti, e stante il fatto che il loro parere sarebbe in ogni caso non vincolante ai fini della definitiva approvazione del provvedimento, spetta – così sostengono l’esecutivo e il giudiziario – all’organismo temporaneo istituito per gli affari correnti, analizzare il testo della riforma trasmesso dal Consiglio dei ministri.

Stranamente dal centrodestra si è sollevata un’unica voce, quella della leader di FdI, Giorgia Meloni, che ha usato toni altisonanti per ribattere a Fico che no, «se ne faccia una ragione: quella non è una materia da Commissione speciale». Di contro invece, a mobilitarsi per l’approvazione del decreto attuativo sono stati almeno 130 tra gli esperti chiamati dal ministro Orlando a lavorare per gli «Stati generali sull’esecuzione penale».

FONTE: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

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