L’Ocse boccia il «contratto» di governo: «Crescita al ribasso per l’incertezza politica»

L’incertezza politica rischia di avere un impatto sulla crescita dell’Italia. Lo sostiene l’Ocse che ha rivisto al ribasso le stime sull’economia

Roberto Ciccarelli • 31/5/2018 • Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 350 Viste

Bocciate le proposte del «contratto» Lega-Cinque Stelle: no all’abbandono del Tav, al «reddito di cittadinanza» e alla Flat Tax. L’alternativa? Una politica di «prudenza fiscale», rigore e più infrastrutture. Ricette che rischiano di polarizzare lo scontro in atto e moltiplicare i cortocircuiti in un paese sull’orlo di una crisi di nervi. L’organizzazione di Parigi avverte il peggioramento della «qualità» del lavoro (leggi «precariato») e invita a contrastare la povertà

Non basare politica su reazioni mercati di un giorno, ma continuare con le politiche economiche che hanno portato alla crisi. Nell’arena caotica della politica italiana anche l’Ocse dice la sua. «Sarebbe una pazzia cambiare politica ogni giorno – ha detto Angel Gurria, segretario generale dell’Ocse, presentando ieri l’outlook economico semestrale a Parigi – La volatilità dei mercati? Lo spread? Quello che non dobbiamo fare nel breve termine è basare la politica nel medio lungo termine con quello che succede sui mercati in un giorno. Perché lo spread aumenta e poi scende e poi aumenta ancora o scende».

ARGOMENTO che non ha evitato il ricorso agli stessi strumenti per mandare un messaggio a un paese sull’orlo di una crisi di nervi. Lo spread oscilla perché riflette «un’accresciuta percezione dell’incertezza politica, i rendimenti dei titoli di stato ultimamente sono saliti» dicono dall’Ocse. Tale incertezza potrebbe avere «un impatto sullo sviluppo economico». Il Pil sarà all’1,4% nel 2018 (dall’1,5%), e nel 2019 all’1,1%, dall’1,3%. È una delle stime più basse di tutta l’area Ocse insieme a quella del Giappone (1,2%). Prima della crisi istituzionale anche l’Istat aveva pronosticato un Pil all’1,4%. Le cause sono molteplici e non attribuibili solo allo spread. Ma è proprio quello che fa l’Ocse quando attribuisce all«’incertezza politica» un calo già previsto. Chi parla di «percezione» in finanza attribuisce gli effetti alle cause che preferisce. Questo è uno dei casi.

L’ANTIDOTO contro le «folli» oscillazioni sull’ottovolante dello spread sarebbe una politica fiscale «prudente», fondata cioè sulla regoladel rapporto tra debito pubblico e Pil e su una rigorosa politica di bilancio con taglio del mega debito pubblico: a marzo 2018 attestato a poco più di 2.302 miliardi di euro. Dunque si cresce meno, ma si sollecita un governo – qualsiasi esso sarà – a mantenere il rigore. Un cocktail rischioso perché è ormai alle viste la fine preannunciata del «Quantitative easing», la politica di allentamento monetario con la quale la Bce di Draghi ha tenuto in piedi un’economia in affanno. Questo è un problema per tutta l’Eurozona, ma in particolare per il nostro paese. Questa dipendenza dal Qe «mostra che non è stata ancora raggiunta una forte crescita che stia in piedi da sola» osserva l’Ocse. Dal punto di vista occupazionale la «crescita» porta a un peggioramento della «qualità dei posti di lavoro». Anche l’Ocse è arrivato a misurare l’impatto della «riforma» dei contratti a termine senza causale voluta dal governo Renzi: «La maggior parte dei nuovi contratti sono a termine». Non solo. L’Italia ha il tasso di occupazione (58%) tra i più bassi, con un baratro a Sud: 20 punti inferiore al Nord. Più la disoccupazione e la povertà che colpiscono soprattutto tra le donne e i giovani. Va ricordato che la povertà assoluta è aumentata nel 2017: oggi riguarda più di 5 milioni di persone. Questi sono gli effetti della «crescita» utili a spiegare la ragione per cui nessuno si fida delle ricette economiche, al di là degli eufemismi sulla «prudenza».

L’OCSE, da un lato, invita a «lottare contro la povertà»; dall’altro lato suggerisce di tagliare il costo del lavoro – dal lato dei lavoratori. Si parla di «un taglio permanente dei contributi sociali che rafforzerebbe ulteriormente la creazione di posti di lavoro». In più si sollecita a privilegiare la «decentralizzazione della contrattazione salariale» – e non la contrattazione nazionale- perché «dovrebbe portare a un migliore allineamento dei salari con la produttività e ad incoraggiare le assunzione nelle regioni con bassa produttività ed alta disoccupazione».

IN UN COLLOQUIO con Radiocor, il capo desk Ocse Italia Mario Pisu ha bocciato i progetti di Lega-Cinque Stelle di abbandonare la Torino-Lione («L’Italia ha bisogno di infrastrutture»); il «reddito di cittadinanza» (perché 780 euro sono «troppi», anche se è apprezzata l’idea che sia una politica attiva neoliberale del lavoro). Di Flat Tax non se ne parla perché «saranno i ceti più agiati ad avere un beneficio». L’evocato «fronte repubblicano» contro il governo, ipotetico, dei «sovranisti-populisti» ha acquistato un altro socio che contribuirà a polarizzare lo scontro.

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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