John McCain e il Vietnam: chi abbraccia la guerra non è un eroe

Perfino Gian Antonio Stella, che se non altro per generazione e per sensibilità dovrebbe avere ben presente cosa fu il Vietnam, s’unisce al coro di chi ribalta il senso di quella guerra

Guido Moltedo * • 30/8/2018 • Storia & Memoria • 1534 Viste

Vietnam e America. Non si può riscrivere la storia del Vietnam ritagliandola intorno a queste due figure. Perché è questo che si sta facendo, se non si ricorda perché McCain (lo scrive Stella) era «finito con una gamba e le braccia fratturate in mezzo a una folla di vietnamiti furenti, fu massacrato di botte, rischiò il linciaggio e finì per 5 anni in una galera di Hanoi. Torturato. Affamato. In isolamento». Già, perché era «finito» tra «vietnamiti furenti»? Diamine, solo avessero saputo come un giorno l’avrebbero ricordato da eroe, gli avrebbero riservato ben altra accoglienza

Furono 420.000 i giovani americani che riuscirono a disertare sottraendosi alla guerra in Vietnam, dal 1966 alla fine del 1972. Sfidando sanzioni severe. Molti «war resisters» trovarono rifugio in Canada. E in Svezia. In Francia. In Gran Bretagna. Erano accolti da eroi.

C’era una vasta rete di associazioni pacifiste che aiutavano i giovani a scappare. A non andare in una guerra che lacerava l’America. Inorridiva il mondo – 14 milioni di tonnellate di bombe, distruzione e morte provocate dall’agente Orange, due milioni di vietnamiti uccisi, 58.000 soldati americani che non sarebbero più tornati vivi, decine e decine di migliaia che avrebbero sofferto il resto della loro vita per le ferite fisiche e mentali subite. Il Vietnam era già un inferno. I campus erano in rivolta e John McCain si sentiva un John Wayne.

Figlio e nipote di ammiragli, s’arruolò nell’aviazione della marina. Chiese di far parte della V-163 «Saints». La squadra aerea che decollava dalla portaerei USS Orikskany era conosciuta per le sue missioni spericolate che picchiavano pesante sul Nord Vietnam. McCain si distinse con le sue incursioni distruttive. Ma il 26 ottobre 1967, mentre era impegnato nella sua 23° missione, il suo aereo fu colpito da un Sa-2 dell’antiaerea vietnamita. McCain si salvò miracolosamente, e qui inizia la vicenda della sua lunga e dura prigionia intorno alla quale è stata costruita la narrativa dell’eroe, esaltata dalla contrapposizione alla vicenda di Trump, che alla guerra si sottrasse. In tanti fecero come lui, ricorrendo a ogni espediente. Era un vigliacco chi non voleva andare a uccidere e a farsi uccidere, come sembra affermare il sottotesto di chi pone Trump come il furbo raccomandato in contrapposizione all’integerrimo McCain?

Perfino Gian Antonio Stella, che se non altro per generazione e per sensibilità dovrebbe avere ben presente cosa fu il Vietnam, s’unisce al coro di chi ribalta il senso di quella guerra, attribuendo al pilota volontario (che bombardava i civili) la parte dell’eroe e a chi vi si sottrasse la parte dello stolto, solo perché quest’ultimo si chiama Trump. McCain fu sicuramente eroico nel rifiutare di essere rilasciato dai vietnamiti decidendo di condividere con i suoi commilitoni i patimenti della dura prigionia nell’Hanoi Hilton, non per questo fu un eroe, qualsiasi sia la ragione, non nobile, del diniego posto dal presidente al titolo di «eroe» nel suo messaggio di cordoglio.

Non si può riscrivere la storia del Vietnam ritagliandola intorno a queste due figure. Perché è questo che si sta facendo, se non si ricorda perché McCain (lo scrive Stella) era «finito con una gamba e le braccia fratturate in mezzo a una folla di vietnamiti furenti, fu massacrato di botte, rischiò il linciaggio e finì per 5 anni in una galera di Hanoi. Torturato. Affamato. In isolamento». Già, perché era «finito» tra «vietnamiti furenti»? Diamine, solo avessero saputo come un giorno l’avrebbero ricordato da eroe, gli avrebbero riservato ben altra accoglienza.

Dopo il Vietnam, l’Iraq, l’Afghanistan. Altri morti. Altre distruzioni. E tanti soldati americani che hanno disertato e disertano, pur essendosi arruolati volontariamente.
«Come ogni uomo di guerra aveva imparato a non invocarla», scrive ancora Stella. Già, sarebbe stato logico e umano aspettarselo da uno con il suo vissuto.

La verità è all’opposto: McCain è stato un convinto sostenitore di tutti i conflitti dopo quello del Vietnam. E altri ne avrebbe aperti, fosse stato eletto presidente. Sì, McCain ha condannato con durezza Abu Ghraib. S’è opposto al ricorso alla tortura. Perché aveva il rigore e il codice d’onore del militare perbene. Infatti era ed è stato fino in fondo e fino all’ultimo un militare d’un pezzo, che credeva nel ricorso alla guerra. Che credeva a un’America che dovesse fare lo sceriffo del mondo. L’America che andò in Vietnam. Che non imparò la lezione, facendo altre guerre. E che idealizza oggi un giovane che non volle sfidare, come tanti suoi coetanei, loro sì, eroi, i fautori di una guerra mostruosa, ma l’abbracciò convintamente inseguendo la gloria con bombe su città e persone distanti migliaia di chilometri da casa sua. Meglio chi non lo fece, si chiami pure Donald.

* Fonte: Guido Moltedo, IL MANIFESTO

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