Brexit.  Theresa May offre le dimissioni in cambio dell’ok all’accordo

In attesa del terzo voto del parlamento la premier promette di lasciare, prima di luglio. Ora il suo deal potrebbe avere i numeri: Boris Johnson e Rees-Mogg hanno già cambiato idea

Leonardo Clausi * • 28/3/2019 • Europa • 211 Viste

LONDRA. Barcolla, ma mollerà. Theresa May potrebbe intravedere – e, con ella, noi tutti – la linea del traguardo del Brexit-strazio. Quella del suo deal, al quale è incatenata. Per farlo ha finalmente promesso che lascerà la carica prima della seconda fase dei negoziati con l’Europa (a luglio, sembrerebbe), ammesso che il boccone del suo accordo della discordia venga finalmente inghiottito da Westminster.

LA CRISI COSTITUZIONALE precipitata negli ultimi giorni ha visto il Parlamento strappare dalle mani del governo il timone dell’uscita grazie a una mozione votata lunedì sera, culminata con le dimissioni di altri tre ministri.

Trenta deputati conservatori hanno votato contro il governo, compresi otto ex ministri. Resta però il problema della rotta, che consterebbe dei voti cosiddetti indicativi, otto proposte alternative all’accordo di exit negoziato della premier e già due volte bocciato. Tra esse, la trimurti ormai stranota no deal/no Brexit/secondo referendum, e altre cinque che vertono anche – confusamente – sull’assetto dei rapporti commerciali tra il Paese e il blocco dei ventisette dopo che il sospirato distacco sarà avvenuto, se mai avverrà. Le scelte multiple dei test attitudinali di tradizione anglosassone insomma, per vedere se, dopo tanto bocciare, la Camera riesca a esprimere una maggioranza capace di promuovere qualcosa. Nel frattempo il governo, tanto per esercitare una delle ultime prerogative rimastegli, ha sonoramente respinto la petizione dei cinque milioni e passa di eurofili che volevano la cancellazione dell’uscita attraverso la revoca dell’articolo 50 del trattato di Lisbona, che aveva messo in moto l’infernale procedimento.

ANCHE QUI ci troviamo di fronte a una situazione inedita, che vede un governo in carica ma non al potere: messo alle corde da un parlamento capitanato da ministri senza incarichi di governo (i cosiddetti backbenchers) che, di norma, dovrebbero contare come il tristo due di picche. Il governo naturalmente si è astenuto, ma ha concesso ai deputati Tory di votare secondo coscienza. I laburisti hanno invece ricevuto indicazioni di votare a favore della Brexit morbida, in linea teorica loro posizione ufficiale. Sapremo oggi che cosa e come abbia voltato esattamente l’aula – lo spoglio di ieri è andato avanti fino a tarda sera – ma quello che conta è che il governo non è «giurisprudenzialmente» tenuto a seguire le istruzioni del parlamento, quali esse siano. Non solo. L’aritmetica parlamentare al momento non lascia intravvedere la possibilità di raggruppare abbastanza deputati dietro una particolare proposta. Per questo May ha finalmente capitolato e deciso di fare quello che era necessario farsi già da qualche tempo: da parte.

La sua intelligenza artificiale, preso atto che uno dei principali problemi in questo bailamme è lei stessa – e sapendo che, ormai, il rischio della cancellazione dell’uscita gloriosa potrebbe riportare il gregge euroscettico all’ovile del suo accordo – deve averle finalmente suggerito di fissare anticipatamente la parola fine alla propria catastrofica leadership. Ieri, questo ologramma di premier continuava il giro di consultazioni, nella speranza di convincere i riluttanti ad appoggiare il suo accordo, previa qualche pecetta che lo potesse travestire da qualcosa di diverso (e aggirando così l’ostacolo dello speaker, che aveva stabilito che una mozione identica già bocciata non potesse essere riproposta all’aula).E I FRUTTI dell’annunciato passo indietro non hanno tardato a maturare: Boris Johnson ha già detto sì e anche lo splendido isolazionista Rees-Mogg ha confessato che voterà per il suo accordo nel timore che il guazzabuglio culmini in una cancellazione dell’uscita (che il Paese può ancora decidere unilateralmente, lo ha ricordato anche ieri Michel Barnier tradendo la propria pia illusione). A condizione che anche gli irriducibili dieci del Dup facciano altrettanto. Allora, forse, i numeri potrebbero finalmente sorriderle. Il voto significativo tre si terrà oggi o domani. Se la spuntasse, May dimostrerebbe che anche barcollando si può vincere una corsa.

* Fonte: Leonardo Clausi, IL MANIFESTO

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