Il DDL sul salario minimo: giuslavoristi ottimisti, sindacati dubbiosi

Lavoro Povero. I giuslavoristi appoggiano l’estensione del “trattamento complessivo”. La Cgil rimane guardinga: la soglia fissa dei 9 euro non aiuta la contrattazione

Massimo Franchi * • 25/6/2019 • Lavoro, economia & finanza • 136 Viste

Grande è la confusione sotto il cielo del «salario minimo orario». Il disegno di legge del M5s ha aperto un dibattito ampio e sfaccettato con posizioni inaspettate e trasversali. Se da una parte Confindustria e altre associazioni di imprenditori si soffermano a contestare il livello di 9 euro scelti – corroborati dai giudizi dell’Ocse – come troppo alto e che farebbe andare a carte e quarantotto i bilanci di migliaia di imprese, implicitamente ammettendo che ora sopravvivono grazie allo sfruttamento da bassi salari a cui sottopongono dipendenti e collaboratori.
Il tema più delicato è il campo di applicazione del salario minimo orario e sui effetti sulla contrattazione collettiva. L’Italia è infatti un paese atipico da questo punto di vista: ad esempio la para-subordinazione è molto estesa e gran parte di vere e finte partite Iva non vengono pagate a ore ma a compimento di un «obiettivo» slegato dal tempo impiegato. Come applicare il salario minimo orario a queste figure è un rompicapo al momento insolubile.
Contrariamente a quanto sostenuto anche domenica dal M5s il giudizio dei sindacati – e di Landini, oggetto delle critiche del Blog delle Stelle come «il sindacalista anti lavoratori» (sic) – è articolato.
Lo spiega Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil che ha seguito tutti i tavoli tenuti al ministero del lavoro sul salario minimo orario: «Se nella legge ci fosse un’attuazione dell’articolo 36 della Costituzione (il primo comma recita: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa», ndr) come il ddl Catalfo presuppone nell’ultima versione, può essere un intervento di sostegno alla contrattazione collettiva maggiormente rappresentativa. Ma – e qui arriva la critica di Cgil, Cisl e Uil – l’indicazione di una cifra fissa continuiamo a ritenerla una logica sbagliata che depotenzia la contrattazione collettiva», conclude Scacchetti.
Cerca di fare il punto Federico Martelloni, docente di Diritto del Lavoro all’università di Bologna: «Certamente il disegno di legge sul salario minimo è meno convincente dell’estensione dell’articolo 39 della Costituzione («i sindacati (…) possono (…) stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce») prevista dalla Carta dei diritti della Cgil, ma è un grosso passo avanti per tutelare i 3 milioni di individui stimati dal Cnel nel lavoro povero. L’ultima versione del disegno di legge Catalfo è positiva perché sceglie di generalizzare il «Trattamento complessivo economico minimo» e in più prevede un plafond salariale minimo al di sotto al quale non si può scendere anche nei contratti collettivi, come invece è capitato nel rinnovo del settore della vigilanza. La funzione della legge – continua Martelloni – è mettere fuori gioco la contrattazione pirata o di sindacati non rappresentativi. Infine la legge avrà valore generale e ogni lavoratore potrà optare per un decreto ingiuntivo invece di rivolgersi al giudice per vedersi riconoscere un salario dignitoso».
Quanto alla difficoltà di estendere il salario minimo orario alle figure parasubordinate, Martelloni giudica «positiva l’estensione prevista nell’ultima versione del disegno di legge ai collaboratori etero organizzati», mentre nel caso di sfruttamento della manodopera – il classico caso del caporalato in agricoltura o edilizia – «il problema non è la difficile applicazione del salario minimo orario ma il ricondurre a genuinità il rapporto di lavoro, tramite ispezioni con accertamento delle ore realmente lavorate», conclude Martelloni.
Ancora più entusiasta il giuslavorista Piergiovanni Alleva: «Si tratta di una attuazione davvero generalizzata dell’articolo 36 della Costituzione» e aiuterà anche i sindacati: «in ogni piccolo Comune potrà essere aperto un “sportello dei lavoratori poveri e disoccupati” per applicare la nuova legge» che potrebbero essere «realizzati e gestiti dai sindacati confederali», con «una importante opportunità di rilancio della loro azione».

* Fonte: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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