Venezuela, arrestati due poliziotti per l’omicidio dell’ex capitano Rafael Acosta

Gli arresti alla vigilia della relazione della visita di tre giorni dell’Alta commissaria per i diritti umani dell’Onu Michelle Bachelet

Claudia Fanti * • 3/7/2019 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 189 Viste

Con l’arresto preventivo di due militari della Guardia nazionale bolivariana – il sottufficiale 22enne Zárate Zoto e il tenente 23enne Tarascio Mejía, entrambi accusati di omidicio preterintenzionale – il governo Maduro prova ad arginare le aspre polemiche sollevate dal caso di Rafael Acosta Arévalo, l’ex capitano di corvetta morto il 29 giugno presumibilmente in seguito alle torture subite nella sede della Direzione generale di controintelligence militare.

CONSIDERATO un grande danno di immagine dal governo bolivariano, a pochi giorni dall’attesa pubblicazione (prevista per venerdì) del rapporto dell’Alta commissaria per i diritti umani delle Nazioni unite Michelle Bachelet a seguito della sua visita in Venezuela di tre giorni attorno al 20 giugno. E tanto più grave a fronte del clamore che aveva già provocato lo scorso ottobre il volo dal decimo piano del consigliere dell’opposizione Fernando Albán durante la sua detenzione presso la sede del Sebin, il servizio di intelligence venezuelano: suicidio secondo il governo, omicidio politico secondo l’opposizione.

ARRESTATO IL 21 GIUGNO dalle forze di sicurezza, Arévalo, secondo la versione del suo avvocato Alonso Medina Roa, si era presentato venerdì dinanzi al tribunale militare sulla sedia a rotelle, incapace di reggersi in piedi, con il corpo pieno di escoriazioni e gli occhi pesti. Alla domanda se era stato torturato – ha scritto su Twitter l’avvocata penalista Tamara Sujú – «aveva confermato con la testa, ma non poteva quasi articolare parole. Chiedeva solo aiuto al suo avvocato. Il suo stato era già critico». Così la giudice incaricata del caso aveva ordinato il suo trasferimento al piccolo ospedale di Fuerte Tiuna, dove tuttavia è morto alcune ore dopo.
E a confermare il decesso dell’ex capitato era stato subito il ministero della Difesa, attraverso un comunicato che aveva accennato, però, solo a uno «svenimento» poco prima dell’inizio dell’udienza.
Dure e immediate le condanne internazionali per l’accaduto. Il Gruppo di Lima ha denunciato «le continue pratiche di detenzione arbitraria e di tortura» da parte del governo Maduro, chiedendo all’Alto Commissariato Onu per i Diritti umani di intervenire «senza indugio». Ma condanne sono arrivate anche dal Dipartimento di Stato Usa, secondo cui tale «atto di barbarie» dovrebbe spingere la comunità internazionale all’azione, dall’Unione europea ai ministeri degli Esteri francese e tedesco. E preoccupazione per «le presunte torture» ai danni dell’ex capitano è stata espressa anche da Michelle Bachelet, che ha esortato ad «adottare urgentemente misure per prevenire la reiterazione della tortura e dei casi di maltrattamento nei confronti delle persone sotto custodia dello Stato».

Non una parola di condanna, invece, per il tentato golpe sventato dal governo Maduro, malgrado le abbondanti prove fornite – tra materiali audio e video confessioni – riguardo a quello che si annunciava come un bagno di sangue. In questa trama golpista, Arévalo, alias “Gonzalo”, svolgeva un ruolo di spicco, essendo incaricato, tra l’altro, di entrare nel caveau della Banca centrale del Venezuela e di impossessarsi del parco armi e dei mezzi blindati con cui prendere d’assalto il palazzo di Miraflores.

NON A CASO, secondo quanto emerge da una videochiamata mostrata dal ministro della Comunicazione Jorge Rodríguez, l’ex capitano affermava che, una volta eseguito l’assassinio di Maduro e di Diosdado Cabello – un grande evento «mediatico» destinato a convincere «tutte le persone che stanno ancora dubitando» – sarebbe stato necessario contare su una quantità di munizioni sufficiente «perlomeno per tre giorni di guerra».

* Fonte: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

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