Scontri a fuoco tra India e Pakistan per il Kashmir

Islamabad: morti soldati indiani e pachistani. New Delhi nega. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si riunisce a porte chiuse. Allentate le misure restrittive nella regione contesa, ma gli arrestati restano in cella

Matteo Miavaldi * • 17/8/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 200 Viste

Tra giovedì 15 e venerdì 16 agosto l’onda lunga della crisi kashmira si è fatta sentire lungo la Linea di Controllo (LoC), la striscia di terra che divide India e Pakistan tagliando in due il territorio conteso dalle due ex colonie sin dal 1949.

Secondo Islamabad, il 15 agosto tre soldati e due civili pachistani, oltre a cinque soldati indiani, sarebbero morti sotto i colpi di uno scambio di artiglieria lungo la LoC. Bilancio cui, sempre secondo l’esercito pachistano, venerdì si sarebbe aggiunto un altro soldato di Islamabad.

L’uso del condizionale è obbligatorio: New Delhi ha immediatamente smentito la controparte circa il conteggio delle vittime indiane. Per l’India, negli scontri a fuoco non sarebbe morto nessuno dei suoi.

Resta il fatto che a quasi due settimane dallo stralcio dell’autonomia garantita allo stato del Jammu e Kashmir dalla costituzione indiana, la tensione nell’area continua a crescere, riversandosi sui rapporti diplomatici di India e Pakistan a cavallo delle celebrazioni delle rispettive indipendenze dalla corona britannica.

Mentre il primo ministro Narendra Modi, nel tradizionale discorso del Red Fort che ogni 15 agosto celebra l’indipendenza indiana, difendeva il ridimensionamento dello status speciale del Jammu e Kashmir come un’occasione per portare «lavoro e progresso» nella regione, oltreconfine il Pakistan osservava un giorno di lutto per la questione kashmira.

Solo un giorno prima, il premier pachistano Imran Khan aveva paragonato l’hindutva – ideologia suprematista hindu che, secondo i suoi detrattori, ispira l’attuale amministrazione indiana – al nazismo, descrivendola come una minaccia per «kashmiri, pakistani, indiani musulmani, cristiani e dalit».

Inoltre, dopo aver cacciato l’ambasciatore indiano, sospeso gli scambi commerciali e treni per l’India, il governo pachistano ha messo al bando film, soap opera e pubblicità con protagonisti attori o attrici indiani.

Mentre scriviamo è in corso a New York una consultazione a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza Onu convocata dalla Cina a tema «India/Pakistan». Potrebbe trattarsi della fase preliminare di un meeting d’emergenza già richiesto ufficialmente dal Pakistan con una lettera indirizzata alla rappresentante polacca all’Onu e presidentessa di turno al Consiglio di Sicurezza, Joanna Wronecka.

Nel Kashmir amministrato dall’India, dopo 12 giorni di sospensione delle telecomunicazioni e divieto di assembramento imposti da New Delhi, la situazione per quasi otto milioni di kashmiri dovrebbe iniziare a migliorare.

In una conferenza stampa convocata a Srinagar ieri, il chief secretary del Jammu e Kashmir BRV Subrahmanyam ha annunciato una serie di rilassamenti del regime di controllo che verranno introdotti gradualmente nei prossimi giorni: riapertura delle scuole, ripristino delle linee telefoniche e della libertà di movimento dovrebbero interessare tutti i distretti della valle del Kashmir entro lunedì prossimo. Misure finora necessarie, secondo Subrahamanyam, per scongiurare attacchi terroristi nella regione.

Nei giorni scorsi diversi media internazionali hanno trasmesso video di proteste in Kashmir: slogan e sassaiole cui l’esercito indiano ha risposto a colpi di fucili a pallettoni, ferendo diversi manifestanti. Episodi inizialmente smentiti in toto dagli interni indiani, che hanno accusato Bbc e Al Jazeera di pubblicare «fake news», salvo poi rimangiarsi quasi tutto: le proteste ci sono state ma, secondo New Delhi, «i soldati non hanno sparato».

Per mantenere «l’ordine e la sicurezza» nella regione, ha spiegato Subrahamanyam, le centinaia di politici e attivisti kashmiri arrestati nelle ultime due settimane «rimarranno agli arresti» in attesa di revisioni caso per caso da parte del ministero degli interni.

* Fonte: Matteo Miavaldi, IL MANIFESTO

 

image: Planemad [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]

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