Ex Ilva, la parola passa ai giudici, udienza fissata il 27

Ex Ilva, la parola passa ai giudici, udienza fissata il 27

Si delinea meglio la battaglia legale contro l’addio di Mittal all’Italia. Da una parte il ricorso dei commissari ex Ilva contro il recesso dal contratto annunciato da Arcelor Mittal Italia che sarà discusso fra meno di dieci giorni, il 27 novembre. Dall’altra la Procura di Milano che indaga per false comunicazioni al mercato e sta valutando profili di reati fallimentari.
La decisione spetterà al giudice Claudio Marangoni, il presidente della sezione specializzata in materia d’impresa del tribunale di Milano che ieri ha invitato – e convinto – ArcelorMittal «a non porre in essere ulteriori iniziative pregiudizievoli per la piena operatività e funzionalità degli impianti» e quindi a non spegnere gli altiforni.
Marangoni, oltre alla fissazione dell’udienza, ha disposto anche «termini intermedi per consentire il deposito di memorie e il contraddittorio delle difese» in quanto la «rilevanza delle questioni sollevate dalle parti» e la «complessità obbiettiva del contenzioso» è tale da richiedere un «contraddittorio».
Il ricorso dei commissari dell’amministrazione straordinaria depositato venerdì è invece un durissimo atto di accusa nei confronti degli indiani. A partire dalle conseguenze: la «gravissima» e «unilaterale» iniziativa con cui ArcelorMittal vuole sciogliere il contratto di affitto dell’ex Ilva determinerebbe «danni sistemici incalcolabili» a carico dell’«intera economia nazionale», creando «una gravissima crisi occupazionale» e lasciano «irrisolte problematiche ambientali e di sicurezza».
L’accusa ad ArcelorMittal è che la scelta di sciogliere il contratto di affitto dell’ex Ilva «nulla c’entra con le giustificazioni avanzate che non pervengono neppure ad un livello di dignitosa sostenibilità: essa è invece semplicemente strumentale alla dolosa intenzione di forzare con violenza e minacce un riassetto» dell’obbligo contrattuale «precedentemente negoziato che il gruppo evidentemente non ritiene più rispondente ai propri interessi». I comportamenti di ArcelorMittal «sono stati programmati» per «recare il maggior possibile livello di devastante offensività», l’azienda «palesa di voler consapevolmente cancellare i complessi aziendali» «con modalità che non possono che comportare la distruzione». E questo, a dire degli ex commissari, è testimoniato dalla volontà di riconsegnare i rami d’azienda in soli 30 giorni, rendendo «impossibile» per l’amministrazione straordinaria «di riprendere in mano la gestione» per assicurare la continuità. Anche se «in tutela», i commissari stanno accelerando più possibile le pratiche per farsi trovare il più possibile pronti davanti all’evenienza.
ArcelorMittal ha «interrotto qualsiasi ordine di materie prime», «ha rifiutato nuovi ordini dei clienti», «ha interrotto i rapporti con i subfornitori» e «ha interrotto l’avanzamento del Piano Ambientale e sta interrompendo la manutenzione degli impianti». Tutte cose, queste, che portano al deterioramento irrimediabile degli altiforni, «alla morte del primo produttore siderurgico italiano e di uno dei maggiori d’Europa». Con il ricorso d’urgenza e cautelare i commissari chiedono al giudice di inibire ArcelorMittal dalla «cessazione delle attività produttive funzionali alla restituzione dei rami di azienda». La decisione nell’ambito del procedimento cautelare è attesa entro il 4 dicembre, quando scadranno i termini dati da ArcelorMittal di 30 giorni a partire dal giorno dell’annuncio dell’addio.
L’indagine dei pm di Milano è invece distinta da quella della Procura tarantina che ha aperto un’inchiesta per distruzione di mezzi di produzione. Il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli con i pm Stefano Civardi e Mauro Clerici stanno lavorando in contatto col procuratore capo Francesco Greco. E presto potrebbero arrivare i primi provvedimenti.

* Fonte: Massimo Franchi, il manifesto



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