Napoli. Ugo cresciuto ai Quartieri Spagnoli, morto a 15 anni

Napoli. Il quindicenne ucciso dal carabiniere abitava in un contesto ai margini, spiegano gli educatori sociali che lo conoscevano

Adriana Pollice * • 4/3/2020 • Criminalità, controllo & sicurezza • 407 Viste

«Qui è diventato un set del cinema dove i ragazzi interpretano il ruolo di criminale senza la maturità dell’adulto. Ci sono azioni che fanno per ribellione, sfida. Non hanno un contesto protettivo che li argina o li aiuta»

NAPOLI. Una rapina per avere i soldi da spendere in discoteca, sarebbe questo il motivo che ha spinto Ugo Russo e il suo amico diciassettenne, sabato notte a Napoli, a tentare la rapina del Rolex al carabiniere ventitreenne fuori servizio, che ha reagito uccidendo il quindicenne. Il militare è indagato per omicidio volontario. Secondo i familiari del ragazzo deceduto, Ugo sarebbe stato raggiunto da un colpo alla nuca quando era già stato ferito al torace e stava provando a scappare.

«L’imputazione non è una vittoria per nessuno – ha commentato il padre -. La vittoria sarebbe stata riaverlo a casa». Per il legale del militare il comportamento dell’assistito è stato impeccabile, «è molto dispiaciuto» ha aggiunto. Il gip del Tribunale dei minori, Angela Draetta, ha convalidato il fermo del diciassettenne che era in compagnia di Ugo: è indagato per concorso in rapina aggravata. Il ragazzo è stato trasferito in una comunità di recupero. La famiglia Russo ha fatto un appello: «Non portate fiori, vi chiediamo piuttosto una donazione all’ospedale Pellegrini», cioè la struttura danneggiata sabato notte alla notizia della morte di Ugo. Ieri in prefettura è stato deciso di intensificare il controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine con operazioni straordinarie ad alto impatto. Lo stato mostra i muscoli ma la vita per i ragazzi dei Quartieri spagnoli non cambia.

UGO VIVEVA a vico Paradiso, aveva preso la terza media, faceva lavori saltuari, il garzone, l’imbianchino. Il suo amico ha abbandonato l’istituto tecnico, avrebbe dovuto frequentare quest’anno la prima superiore. Tra la Pignasecca e il dedalo di vicoli alle spalle di via Toledo non c’è un campo sportivo pubblico, l’unico è nell’ex Ospedale militare e il comune non ha il personale per tenerlo aperto il pomeriggio. Le scuole non hanno aule didattiche. I genitori dei ragazzi hanno la licenza elementare, al massimo la media, «è un ciclo che si ripete» spiegano tre educatori che lavorano nella zona. Conoscevano Ugo e la sua storia, che non è diversa a quella degli altri bambini della zona: «Vengono da famiglie con situazioni economiche distrutte. La scuola non è mai stata un’esperienza positiva, li attraversa e li lascia andare. Vivono in case sovraffollate dove sarebbe comunque impossibile studiare, dove si muovono come a Poggioreale i carcerati nelle celle sovraffollate. Certi abitano garage riadattati, senza finestre, uno spazio senza spazio».

FINO AI 13 ANNI a scuola ci vanno, anche per la pressione dei servizi sociali, ma non è detto che imparino: «È tutto ridotto al minimo, per promuoverli si abbassa il livello, pendono il diploma di terza media ma non sanno leggere né scrivere, anche i più volenterosi finiscono per non reggere le superiori. I progetti attivati per tenerli nei banchi di pomeriggio offrono corsi per diventare rapper, creativi, fotografia, tanto protagonismo adolescenziale senza investire davvero nella formazione». Quando decidono di andare a lavorare le opportunità sono ridotte a nulla: «120 euro al nero a settimana per vendere scarpe nei negozi di via Toledo dalle 9 alle 20, dal lunedì al sabato, questo trovano. Oppure il barista, 80 euro a settimana. Oppure la badante, 600 euro al mese, dormi a casa tua solo il giovedì. Vanno a spacciare perché la legalità non è competitiva».

Senza lo sportello sociale non hanno gli strumenti per chiedere il reddito di cittadinanza e molti comunque non riescono a entrare nella platea: «In questi rioni siamo passati dal lavoro nero al lavoro inesistente. Gli enti pubblici attivano corsi di formazione per 300 euro al mese senza sbocco occupazionale. Così non è formazione ma lavoro in schiavitù. Adesso molti progetti sono destinati a chi riceve il reddito di cittadinanza, altri richiedono competenze specifiche. Chi non ha il reddito di cittadinanza e neppure le competenze diventa il drop drop out, invisibile e impossibile da raggiungere. Che fine fa non interessa a nessuno».

ALLORA A CHE SERVONO gli educatori? «Noi almeno ci siamo – spiegano -, questi ragazzi “un ti voglio bene” non lo sentono mai, sono abituati a crescere nell’ingiustizia, nella violenza, in un mondo cupo e brutto, noi li seguiamo e riusciamo ad attivarne qualcuno. Sono violenti? fino a ieri il popolo chiedeva i diritti che aveva conquistato, come il diritto al lavoro che almeno sulla carta c’era. Oggi cresci senza più pensare di rivendicare niente. Il quartiere è diventato un set cinematografico, interpretano il ruolo di criminale senza la maturità dell’adulto. Ci sono azioni che fanno per ribellione, sfida. Non hanno un contesto protettivo che li argina o li aiuta. Se vivi con niente muori per niente. Non sono voluti da nessuno, figli dell’incompetenza appresa, ovunque vanno sono espulsi. Se mi giudicano perché vengo dal quartiere, pensano, allora tanto vale che faccio il quartierano».

* Fonte: Adriana Pollice, il manifesto

 

Jtorquy / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

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