«Solo una limitata emersione dal lavoro nero, serve più coraggio sui migranti»

Intervista a Giuseppe Massafra (Cgil). «La durata del permesso è troppo breve e legata alla dichiarazione del datore, non c’è un permesso per ricerca di lavoro. Da mesi il governo non risponde sulla abolizione dei decreti Salvini»

Massimo Franchi * • 13/5/2020 • Immigrati & Rifugiati, Lavoro, economia & finanza • 174 Viste

Giuseppe Massafra, segretario confederale della Cgil con delega ai migranti, sempre che il M5s lo accetti, come giudica il possibile compromesso sulla regolarizzazione – tre o sei mesi di emersione per braccianti e colf-badanti – dei migranti?
È insufficiente, servirebbe molto di più. Senza conoscere i testi definitivi, ma seguendo il flusso delle dichiarazioni politiche possiamo dire che si tratta di un provvedimento di emersione del lavoro nero, non di regolarizzazione dei migranti. La durata del permesso – 6 o addirittura 3 mesi – è troppo breve ed è totalmente legata al contratto di lavoro e in più non si prevede un permesso per ricerca di occupazione. In pratica serve una dichiarazione del datore di lavoro e già in passato abbiamo visto come questo sottoponga il migrante al rischio di ricattabilità da parte del datore stesso: si va verso un mercato dei contratti. Noi invece chiedevamo un doppio binario: da una parte l’emersione tramite ravvedimento del datore di lavoro, dall’altra consentire al lavoratore stesso di liberarsi dai casi di sfruttamento dotandolo di un permesso più lungo per muoversi e cercare lavoro.

Giuseppe Massafra, segretario confederale della Cgil

Le polemiche sono tantissime, il M5s chiaramente non vuole rischiare di perdere voti a favore della Lega che parla di sanatoria...
Le parole usate nel dibattito politico fanno comprendere bene come 20 anni di demagogia hanno lasciato solchi anche nell’opinione pubblica. Per motivare il provvedimento si è detto che era «di buon senso» ma l’espressione serviva solo a giustificare le parti datoriali a cui serve manodopera. L’allargamento alle altre categorie oltre ai braccianti ci mostra come sia giusto dare un riconoscimento di diritti a centinaia di migliaia di persone – badanti, lavoratori della logistica, lavoratori edili – che in questa pandemia hanno letteralmente tenuto in piedi avanti il paese. E invece il provvedimento è troppo legato a logiche di mercato, non ai diritti delle persone.

Avete dei dati sulle varie categorie di lavoratori migranti? Sembra che il provvedimento si limiterà a braccianti da una parte e colf e badanti dall’altro.
Abbiamo dati su coloro che sono tracciabili, termine assai appropriato visto che si tratta di persone a cui sono state prese le impronte digitali. Stimiamo fra dai 500 ai 600 mila persone coinvolte: 300 mila braccianti e poco meno colf e badanti. Nell’edilizia ci sarebbero altri 300 mila lavoratori e altri 200 mila nella logistica. Poi però ci sono gli invisibili, migranti non censiti, ultimi fra gli ultimi, difficilmente stimabili.

Negli ultimi giorni la ministra Bellanova cerca di accreditarsi come paladina dei diritti. Voi però assieme alle associazioni del terzo settore da mesi chiedevate una regolarizzazione e lei si è ben guardata dal rispondervi.
Da molto più di due mesi. È dalla formazione del governo Conte 2 che chiediamo una svolta sull’immigrazione a partire dall’abolizione dei decreti Salvini. Da settembre chiedevamo a Bellanova e Lamorgese di poterci sedere intorno a un tavolo e discutere di come ridare dignità ai migranti, riaprendo ad esempio i canali di ingresso riattivando il meccanismo dei flussi. Se questo provvedimento entrerà nel decreto Rilancio il tema rimane tutto: ci si limita ad una blanda emersione di lavoratori in nero, senza affrontare per niente il tema dell’integrazione, della presa in carico dei migranti, del dare loro sostegni e politiche attive. Siamo di fronte all’ennesima narrazione strumentalizzata.

M5s e Italia Viva – assieme alla destra – spingono per i voucher e per far lavorare nei campi anche i percettori del reddito di cittadinanza.
Un’altra posizione strumentale che serve per distogliere l’attenzione dal tema dei diritti e spingere il conflitto sempre più in basso, alla guerra fra poveri. L’idea è questa: siamo in pandemia, servono sacrifici e quindi abbassiamo le condizioni salariali anche agli italiani. Bisogna fare esattamente il contrario: alzare l’asticella dei diritti e dei salari. Ripartire dai diritti nel lavoro per far ripartire su un binario nuovo – quello della giustizia sociale – tutto il paese.

* Fonte: Massimo Franchi, il manifesto

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