«Diritto al reddito e tutele per il lavoro degli intermittenti dello spettacolo»

Facchini, tecnici, operai, sarte, attori e registi, cantanti e musicisti a Roma chiedono riforme e un nuovo sistema per lo spettacolo, le arti e la cultura. Obiettivi della «mobilitazione permanente»: un ruolo sul lavoro, alleanze nella società

Roberto Ciccarelli * • 28/6/2020 • Culture, Lavoro, economia & finanza, Movimenti • 196 Viste

Che spettacolo.  Il movimento rivendica anche contratti nazionali e una riforma previdenziale. “Il reddito va sganciato dal lavoro”. “Ribelliamoci contro il cannibalismo sociale”. “Il lavoro artistico non è un’eccezione. Vogliamo il diritto al reddito per tutto il lavoro non pagato. È tempo di riunire i mondi

ROMA. La riapertura dello spettacolo voluta dal governo il 15 giugno scorso è stata una farsa per di più senza un reddito, il ritorno al lavoro, il riconoscimento delle tutele per facchini, tecnici, operai, sarte, attori e registi, cantanti e musicisti. Senza questo mondo del lavoro materiale, creativo e di ricerca, individuale e collettivo, non esiste lo spettacolo dal vivo che ieri si è mobilitato in una manifestazione nazionale a Roma con il titolo programmatico, «Convocateci dal vivo», e il simbolo di un grande pugno che stringe un microfono. Lo stile del logo ha ricordato quello di «Lotta Continua». Il modo corale di leggere i punti programmatici della piattaforma del movimento ha ricordato quello di un altro movimento degli intermittenti dello spettacolo, nato dieci anni fa contro i tagli al fondo unico dello spettacolo voluti dal governo Berlusconi, che portò anche all’occupazione del teatro Valle a Roma.

MOBILITATI da quattro mesi, dopo ore di assemblee online fatte durante la quarantena, già forti di una prova organizzativa notevole il 30 maggio scorso quando sono scesi nelle piazze di 15 città, ieri una nuova generazione dei lavoratori dello spettacolo è arrivata dal Piemonte, dal Veneto, dalla Toscana, dall’Emilia Romagna e dalla Campania o dalla Calabria in una piazza SS. Apostoli arsa dal sole e dalla polvere, isolata dalla gimcana dei lavori sull’asfalto di via Quattro Novembre e della metropolitana a piazza Venezia. In questo catino infuocato, perimetrato dalle camionette di carabinieri e polizia, dalle 14 si sono radunate un migliaio di persone, più di venti sigle, tra le quali i sindacati Adl Cobas, Usb e Clap. Santi apostoli. In questo scherzo teologico della topografia romana un assunto caro a Karl Marx è stato scandito da tutti con una disperata nettezza, mentre la murga batteva il ritmo con la sua danza avvolgente. Senza la forza lavoro non esiste nessuna produzione, tanto meno quella culturale e artistica. E senza diritti, tutele sociali, contratti e continuità di reddito nessuna forza lavoro, nemmeno quella dello spettacolo, non produce, né si può riprodurre, per di più nella recessione che è già arrivata.

AL GOVERNO questo movimento chiede un tavolo dove riconoscere lo statuto giuridico di una categoria molto ampia, ma invisibile. Il paradosso, diffuso nell’attuale divisione del lavoro anche tra molte altre categorie dal lavoro digitale a quello di cura, ha portato in questo caso il governo a riconoscere l’esistenza dei lavoratori dello spettacolo, ma non a risolvere i problemi previdenziali, contrattuali, assicurativi e l’assenza di ammortizzatori sociali strutturali. Così facendo solo alcuni contrattualizzati hanno ricevuto la cassa integrazione, altri hanno dovuto rivolgersi alla lotteria del bonus dei 600 euro. Altri ancora nulla. Un vero rebus. «Abbiamo aspettato fino a 120 giorni per avere un versamento – ha detto Claudia che di mestiere fa la sarta di scena – Ma questo non è un ammortizzatore sociale, è un’elemosina di stato. Lavoriamo 15 ore al giorno, abbiamo lauree, specializzazioni, anni di gavetta. Pretendiamo rispetto».

UNA DELLE RICHIESTE del movimento è la continuità di reddito per il lavoro intermittente. «Il reddito è un’esigenza in questa società impoverita e va sganciato dal lavoro. È una delle condizioni per rendere possibile il diritto allo sciopero in un settore dove non è previsto – hanno detto Rolando e Jacopo delle maestranze dello spettacolo del Veneto – Siamo cresciuti in un mondo che ci ha obbligato a un cannibalismo sociale. Dobbiamo ribellarci a questo clima tossico, come tossica è la violenza esercitata contro le donne in questo ambiente. L’arte è unione, coralità. Siamo un corpo collettivo, impariamo a muoverci insieme».

DAVANTI A UN WELFARE a pezzi, corporativo, categoriale e familistico, reso ancora più disfunzionale dai sussidi d’emergenza erogati dal governo nei mesi precedenti, ieri è emersa una spinta a superare l’individualismo diffuso in questa, come in altre categorie. Ed è stato affermato sia un ruolo contrattuale sul lavoro, sia un progetto di alleanze nella società. Un duplice obiettivo di quella che è stato definita una «mobilitazione permanente».

«NON SIAMO SOLI – ha detto Niccolò, piemontese – Ci siamo ricompattati al di la frammentazione della categoria degli intermittenti e del lavoro sommerso». «La cultura non è un insieme di eventi, non è una merce – osserva Elena, attrice e regista – Non facciamoci sedurre dal vuoto, restiamo lucidi».

«NO AL LAVORO a tutti i costi -sostiene il collettivo «Il campo innocente» – No al fare senza condizioni. Il lavoro artistico non è un’eccezione, non è migliore di altri, non si merita di più. Preferiremmo non avere diritti e riconoscimenti che si fondano su criteri escludenti. Non vogliamo albi professionali né categorie settoriali. Vogliamo il diritto al reddito per tutto il lavoro non pagato che stiamo già svolgendo, che abbiamo sempre fatto. È tempo di riunire i mondi».

* Fonte: Roberto Ciccarelli, il manifesto

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