Val Seriana: polmoniti atipiche già a novembre, ma nessuno ha dato l’allarme

La diffusione del Coronavirus nelle Valli Bergamasche potrebbe risalire alla fine dell’anno scorso. La procura indaga, l’Ats smentisce

Andrea Capocci * • 1/7/2020 • Salute & Politiche sanitarie • 205 Viste

A guardare i dati sui ricoveri dell’ospedale di Alzano Lombardo, sembrerebbe che il Coronavirus circolasse nelle valli bergamasche già tra novembre e gennaio. Sono stati 110 i casi di polmoniti sospette registrati in quel periodo nel solo ospedale di Alzano. È quanto emerge dai numeri pubblicati da Isaia Invernizzi sull’Eco di Bergamo sulla base dei risultati di un’interrogazione del consigliere regionale Niccolò Carretta (Azione). Sollecitato da Carretta, l’ospedale di Alzano Lombardo ha fornito i dati sui ricoveri classificati con il codice «486», cioè «Polmonite, agente non specificato». È il codice utilizzato dai medici per quelle infezioni virali che non hanno un’origine nota, adottato dai medici finché il ministero della salute non ha creato un codice apposito per le polmoniti da Coronavirus.

Secondo i dati pubblicati dall’Eco, i ricoveri per polmoniti non meglio identificate tra novembre 2019 e gennaio 2020 sono state 110, con una crescita progressiva: 18 a novembre, 40 a dicembre, 52 a gennaio. Ma per i primi casi ufficiali di Covid-19 a Alzano bisogna aspettare il 23 febbraio. Su base annuale si è passati dai 196 casi del 2018 ai 256 del 2019, con un +30% che non ha altre spiegazioni. Tuttavia, nulla prova che le polmoniti in più fossero dovute al Covid-19, perché quei pazienti non furono sottoposti a test. L’aumento di mortalità nel bergamasco, per altro, diventa sensibile solo alla fine di febbraio, cioè molto tempo dopo quei ricoveri. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità tra ricovero e decesso trascorrono in media 6 giorni, dunque è difficile che i primi pazienti ricoverati in dicembre siano gli stessi morti in febbraio.

È bene essere cauti, come spiega lo stesso Invernizzi: «Non conosciamo il decorso di questi pazienti, né la loro età. E poi provenivano da diversi comuni. Quindi si tratta di un aumento significativo nell’insieme, ma che potrebbe avere avuto un effetto trascurabile sui decessi dei singoli comuni». Ma il dubbio che l’allarme sia stato sottovalutato rimane: «Fosse stato fatto il tampone a qualcuna delle 110 polmoniti sospette registrate ad Alzano si sarebbe potuto evitare il disastro?». Sarà la magistratura, che indaga sulle mancate precauzioni, a stabilirlo.

È prudente anche l’Agenzia di Tutela della Salute di Bergamo, che ha analizzato i dati relativi anche ad altri codici compatibili con il Covid-19. Gli esiti dell’analisi, si legge in un comunicato diramato in serata, «consentono di affermare con discreta ragionevolezza come non siano riscontrabili evidenze statistiche tali da produrre il sospetto di una presenza precoce di ricoveri per polmoniti da Sars Cov-2 nella provincia di Bergamo». La crescita sarebbe dunque una semplice fluttuazione statistica.

La possibile presenza del virus nella provincia di Bergamo in dicembre non sorprenderebbe nessuno. Anche uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità ha rilevato il virus in campioni delle acque reflue di Milano e Torino prelevate il 18 dicembre. Lo conferma al manifesto Guido Marinoni, presidente del locale ordine dei medici: «Avevamo già svolto un sondaggio tra i medici di base della zona per rilevare il numero di polmoniti atipiche diagnosticate, giungendo alla stima di circa 1800 casi tra dicembre e gennaio», spiega. «Lo dicono anche i dati dei test sierologici svolti dall’Avis e delle radiografie con i segni della polmonite atipica già a febbraio. D’altronde, con il protocollo in vigore (che richiedeva un contatto con la Cina per definire un caso come “sospetto”, ndr) non era possibile fare i tamponi a questi pazienti. Sia a Codogno che ad Alzano i casi sono stati trovati uscendo dai protocolli».

Dunque questi dati non dicono nulla di nuovo? «Ci devono insegnare che serve un sistema di sorveglianza con una rete di medici sentinella per tutte le malattie infettive e non solo per l’influenza», dice Marinoni. «Inoltre, ci dicono che il virus si diffonde in maniera più graduale di quanto pensiamo. Dunque, se dovessimo allentare le misure anche un’eventuale ripartenza del virus potrebbe avvenire con la stessa gradualità e potremmo metterci un po’ di tempo ad accorgercene».

* Fonte: Andrea Capocci, il manifesto

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