Dossier statistico 2020, l’immigrazione oltre gli slogan

Lo studio. Smentiti i luoghi comuni sull’invasione che non c’è. Crollano gli sbarchi. Aumentano gli irregolari e le persone espulse dal circuito di accoglienza a causa dei decreti Salvini

Giansandro Merli * • 28/10/2020 • Immigrati & Rifugiati, Studi, Rapporti & Statistiche • 196 Viste

Migranti più esposti al Covid-19 per le occupazioni che svolgono, il Dossier: «Rappresentano parte della risposta alla pandemia poiché sono loro a lavorare nei settori più critici»

Chi pensa che sia in corso un’invasione di immigrati neri, maschi e musulmani dovrebbe leggere con attenzione il Dossier statistico immigrazione 2020. Si accorgerebbe che molte sue credenze sono slogan che si infrangono di fronte a fatti e numeri. È la «divaricazione tra realtà e rappresentazione» descritta dal sociologo Maurizio Ambrosini. Nel suo insieme il Dossier rappresenta un materiale composito, denso, capace di affrontare molti aspetti di un fenomeno epocale. Dentro si combinano opinioni qualificate e analisi rigorose dei numeri. L’inquadratura allarga e stringe il campo di volta in volta. Così – oltre a mostrare che l’immigrazione in Italia è europea al 49,6%, femminile al 51,8% e da paesi di tradizione cristiana al 51,8% – il rapporto aiuta a inquadrare nel tempo e nello spazio dinamiche importanti e strumenti giuridici corrispondenti.

FLUSSI E PRESENZE. Lo scorso anno gli stranieri in Italia erano 5.306.500. In termini assoluti avevano superato i 5 milioni già nel 2018, in relazione al resto della popolazione sono passati dall’8,2% del 2014 all’8,8% del 2019. Dentro il numero complessivo è inserito un dato preoccupante. Riguarda i cittadini di paesi terzi regolarmente soggiornanti sul territorio nazionale. Tra il 2018 e il 2019 sono diminuiti di 101.600 unità, arrivando a 3.615.000. Si tratta in gran parte di un effetto dei decreti sicurezza voluti dall’ex ministro Matteo Salvini che, secondo le stime dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), avrebbero fatto aumentare il numero di clandestini di 120-140.000 unità. Le proiezioni dicono che alla fine di quest’anno sarebbero stati 700mila se non fosse sopraggiunta la sanatoria. La regolarizzazione è stata chiesta da 207.542 lavoratori in nero e 12.986 persone in cerca di occupazione. Meno di un terzo del totale di chi non ha documenti.

ACCOGLIENZA E SBARCHI. Dal combinato delle disposizioni di decreti Salvini e crollo degli sbarchi emerge un altro dato rilevante: i migranti in accoglienza sono scesi da 183.700 nel 2017 a 84.400 a fine giugno 2020. Circa 100.000 persone sono state espulse dai centri in appena 2 anni e mezzo: molte disperse sul territorio tra le fila degli irregolari. Intanto lo scorso anno circa 260mila persone si sono iscritte dall’estero nel nostro paese. Interessante che nello stesso periodo ne siano sbarcate solo 11.471 (dato del Viminale). Lo scarto, scrive nel dossier Angela Silvestrini dell’Istat, «indica come la modalità di arrivo in Italia via mare sia una modalità residua, sebbene gonfiata mediaticamente e politicamente da chi vorrebbe far credere che chiudendo i porti si possano fermare i flussi migratori».

CITTADINANZA. I dati sui «nuovi italiani», poi, mostrano l’inadeguatezza dell’attuale legge che disciplina l’accesso alla cittadinanza. L’anno scorso 227mila persone hanno conquistato il passaporto tricolore. 100mila sono nate e/o vivono all’estero (9mila possono vantare un avo del bel paese, 91mila sono figli di concittadini residenti oltreconfine). 127.001, invece, sono i residenti nello stivale che da stranieri sono diventati italiani. Per loro il percorso a ostacoli è molto più complesso di chi ha un parente italiano, «persino precedente all’Unità».

COVID-19. Nonostante le fake news sui migranti che portano il virus sembrino per il momento arenate, c’è un aspetto importante che il Dossier rileva e va sottolineato: «i migranti, essendo con alta probabilità una fascia giovane, rappresentano parte della risposta alla pandemia poiché sono loro a lavorare nei settori più critici. Ma sono anche più esposti al rischio di contagio, lavorando in settori in cui il lavoro da casa normalmente non è possibile». Su tutti quello della cura, preso in carico principalmente dalle donne

* Fonte: Giansandro Merli, il manifesto

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