I Giulio Regeni e i Patrick Zaki d’Egitto, dal colpo di Stato 1058 morti in carcere

I Giulio Regeni e i Patrick Zaki d’Egitto, dal colpo di Stato 1058 morti in carcere

«Spero stiate tutti bene». Così Patrick Zaki ha iniziato l’ultima lettera alla sua famiglia, scritta con una penna blu su un foglio a righe. L’ha scritta dal carcere di Tora, quello in cui il regime detiene i prigionieri politici in condizioni difficili da immaginare. È datata 12 dicembre, ieri. La famiglia l’ha ricevuta (insieme a una precedente lettera del 22 novembre) durante una visita e l’ha resa pubblica tramite la pagina Facebook «Patrick Libero», che la accompagna a una nuova richiesta di rilascio.

«LE ULTIME DECISIONI sono deludenti e come al solito senza un motivo comprensibile. Ho ancora problemi alla schiena e ho bisogno di un forte antidolorifico e di erbe che mi aiutino a dormire meglio. Il mio stato mentale non è buono dall’ultima sessione. Continuo a pensare all’università e all’anno che ho perso».

Parole che tengono la famiglia ancorata a un’impotente angoscia: nelle ultime settimane le condizioni mentali e fisiche dello studente dell’Università di Bologna sono peggiorate, piegate dal martellante rinnovo della privazione della libertà senza che si vada mai a processo.

«Rivolgiamo un appello all’ambasciata (italiana) – ha detto ieri all’Adnkronos Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – perché sia inviata una equipe medica per verificare le sue condizioni psicofisiche». Interviene anche Virginio Merola, sindaco di Bologna, la città dove Patrick studia: «È importante che si recuperi la dignità da parte dello Stato italiano. Almeno ritirare l’ambasciatore in questa situazione credo sarebbe indispensabile»

A RENDERE NERO il suo orizzonte è stata l’ultima udienza, quella del 7 dicembre in cui è stata rinnovata di altri 45 giorni la sua detenzione. Anticipata di un mese (avrebbe dovuto tenersi il prossimo gennaio), aveva generato speranze andate in frantumi quando ci si è resi conto che quella domenica una sola corte, quella del Terzo circuito anti-terrorismo del Cairo, avrebbe deciso rinnovi (o rilasci) per circa 750 prigionieri. 750 persone in dodici ore di sessione significano 62 all’ora, più di un prigioniero al minuto.

NUMERI SENZA PRECEDENTI anche per l’oliata macchina giudiziaria egiziana e che rendono vana qualsiasi aspirazione a un processo giusto o alla tutela dei diritti della difesa. Lo sottolineano gli avvocati presenti all’agenzia indipendente egiziana Mada Masr: «Il giudice chi avrebbe dovuto ascoltare? Quali casi meritavano uno sguardo?». Zero possibilità di aprire bocca per i legali, costretti – in alcuni casi con i loro clienti – ad ammassarsi in tribunale in piena pandemia, la stessa usata dal regime per negare per mesi le udienze e le visite familiari.

Tutte le detenzioni sono state rinnovate, tra cui quella della nota avvocata Hoda Abdel Moneim e dell’ex candidato presidente Abdel Moneim Abouel Fotouh, trasportato in aula in ambulanza: «Tenere una sessione con un tale numero di imputati e rinnovare a tutti la prigione non la rende che un esercizio simbolico – spiega un legale – Che senso ha impostare una difesa se alla fine la corte rinnoverà detenzioni violando la legge?».

La legge c’è, ma negli anni post-golpe ha subito modifiche così sostanziali da essere stata adeguata alle necessità repressive del regime. In ogni caso, viene violata. Ad accendere un’altra luce sulle carceri è l’associazione Committee for Justice, basata a Ginevra: dal 2013, anno del colpo di Stato, in Egitto sono morte in detenzione 1.058 persone, di cui 100 tra gennaio e ottobre 2020.

Nel rapporto «I Giulio Regeni d’Egitto», il Cfj ha raccolto tutti i casi di decesso per età, struttura detentiva e motivi: torture (144), mancanza di cure (761), suicidio (67), cattive condizioni in cella (57) e altre ragioni (29). Il rapporto è uscito nel giorno in cui, in Italia, la Procura di Roma dava conto della chiusura delle indagini sulle torture e l’omicidio del giovane ricercatore italiano e dell’intenzione di chiedere il rinvio a giudizio per quattro agenti della National Security del Cairo.

Di uno di loro, si è saputo venerdì, ora è noto anche il volto: è lui che aiutò il sindacalista Mohammed Abdallah a spegnere la telecamera fornita dai servizi segreti dopo aver registrato il viso e le parole di Giulio Regeni il 7 gennaio 2016. In quell’occasione Abdallah parlò con Giulio dei fondi della Fondazione Antipode, 10mila sterline che secondo la Procura sono state il movente del sequestro e l’omicidio del ricercatore.

IN TALE CONTESTO arriva la notizia della condanna a tre anni comminata ieri a nove poliziotti accusati della tortura e l’omicidio del venditore di pesce 53enne Magdy Makeen, avvenuti nella stazione di polizia al-Amiriya al Cairo a fine 2016. Una rarità nell’Egitto di al-Sisi

* Fonte: Chiara Cruciati,  il manifesto



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