Il voto in Germania e l’economia: le insidie del modello tedesco

Il voto in Germania e l’economia: le insidie del modello tedesco

Germania. Il nodo degli investimenti deve fare i conti con il deficit, che nel 2020 ha toccato il fondo: più di 158 miliardi. Il finanziamento di infrastrutture ed ecologia sarà il sicuro terreno di scontro

Le questioni dell’economia sono rimaste quasi in secondo piano durante la campagna elettorale tedesca e comunque hanno avuto meno risalto che nelle elezioni norvegesi. Eppure si dice che c’è un solo ministro a Berlino, quello delle finanze. Dell’Europa, poi, non si è parlato affatto.

IL CANDIDATO SPD, Olaf Scholz, ha insistito sull’innalzamento del salario minimo a 12 euro l’ora e la costruzione di 400mila alloggi all’anno, questioni rilevanti che però toccano solo in maniera parziale i grandi problemi del paese. Intanto i Verdi promuovono un piano per l’ambiente, proponendo un accordo con l’industria.

Ora aggravate dalla pandemia, dal cambiamento climatico e dalla lotta Cina-Usa, le difficoltà dell’economia sono presenti da tempo, ma i gruppi dirigenti sono riusciti sino ad oggi a tenerle a bada. Gli anni di Merkel, come fa rilevare su Le Monde del 4 settembre Joe Kaeser della Siemens, hanno corrisposto con un periodo di prosperità per il paese (però non per tutti: sono aumentate povertà e disuguaglianze), ma ora bisogna guardare ai grandi problemi lasciati dalla cancelliera e investire sull’avvenire.

COSÌ LE INONDAZIONI che hanno toccato di recente la Germania, con il loro grave bilancio, hanno portato a prendere coscienza della necessità di accelerare la spinta alla decarbonizzazione, mentre già qualche mese fa la Corte costituzionale aveva giudicato del tutto insufficienti gli sforzi del governo in proposito. Si pensa che siano necessari 2.300 miliardi di euro di investimenti nei prossimi 30 anni.

Ma sugli investimenti bisogna più in generale ricordare, come fa Il Sole 24 Ore del 23 agosto, che quelli pubblici nel 1970 in Germania erano pari al 5% del Pil, mentre oscillano ormai da tempo intorno al 2% o poco più (di recente persino meno che in Italia, un’impresa); è visibile il decadimento infrastrutturale del paese. E questo per inseguire il pareggio di bilancio (lo Schwarze null di Schauble). D’altro canto, il Covid ha costretto il governo a rinunciare, almeno per il momento, al dogma e il bilancio ha mostrato nel 2020 un deficit mai visto, di più di 158 miliardi di euro; Schauble avrà avuto degli incubi. Ma si tornerà mai alla disciplina di prima?

Come finanziare gli investimenti in ecologia e infrastrutture? Tra le proposte, si parla di un aumento delle imposte per i più ricchi (cosa cui si oppongono gli industriali, ma anche la Cdu con il candidato alla cancelleria Armin Laschet), di trovare invece i soldi nei frutti della crescita futura, e infine di aumentare l’indebitamento. Un sicuro terreno di scontro.

UN ALTRO PROBLEMA riguarda i rapporti con la Cina. Il paese è il primo partner commerciale della Germania; il produttore di chip Infineon vi effettua il 42% delle sue vendite, mentre la Volkswagen il 41,4%. «La Cina è il presente e il futuro dell’auto tedesca», dichiara un esperto; «se non sei a tavola con i cinesi, sei nel menu», aggiunge più in generale un altro.

Ma nel frattempo le imprese del paese asiatico, come quelle tedesche e della Corea del Sud molto focalizzate sul settore industriale, competono sempre più con quelle teutoniche nei macchinari come nelle nuove tecnologie dell’auto e con i coreani nelle costruzioni navali come nell’elettronica di consumo. È di poco tempo fa la sorprendente notizia che le esportazioni cinesi di macchine utensili hanno superato quelle tedesche, raggiungendo il primato nel mondo.

D’altro canto, la Germania è spinta dai suoi interessi economici da una parte, dai suoi legami politici con gli Usa dall’altra; questi ultimi premono per un indurimento della posizione verso il paese asiatico.

Comunque, il settore industriale ha tardato ad adeguarsi ai processi di digitalizzazione come ai mutamenti ambientali e cerca ora di recuperare il terreno perduto; la cosa è evidente nel settore dell’auto, che, direttamente o indirettamente, dà lavoro a circa 15 milioni di persone, una cifra enorme, mentre produce il 55% del valore aggiunto nel settore in Europa, con il 19% della sua popolazione. Gli investimenti messi ora in campo sono molto elevati.

C’È POI L’ANNOSO PROBLEMA di sviluppo del mercato interno, sacrificato sino ad oggi sull’altare delle esportazioni. L’introduzione di un salario minimo nel 2015 ha segnato una prima rottura con tale modello. Ma ci sono molti milioni di lavoratori che percepiscono paghe molto ridotte ed è presente una larga diffusione del part-time (esso tocca più di un lavoratore su quattro).

E tralasciamo il problema delle grandi difficoltà nell’ascesa sociale dei più svantaggiati, mentre sono molti milioni i bambini sotto la soglia della povertà; accenniamo appena al sistema finanziario, che in un rapporto recente viene giudicato come inefficiente e prono agli scandali, con controlli inesistenti e con grandi banche in difficoltà.

Tanti problemi in attesa di risposte, mentre i partner dell’Unione (con Macron e i paesi del Sud in testa) e la stessa Bruxelles scalpitano, impazienti di conoscerle forse più degli stessi tedeschi.

* Fonte: Vincenzo Comito, il manifesto



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