Libano. L’ex premier Hariri terminale degli interessi delle petromonarchie

Libano. L’ex premier Hariri terminale degli interessi delle petromonarchie

Il boicottaggio delle elezioni di maggio annunciato dall’ex premier sunnita è avvenuto mentre i paesi del Golfo pongono 12 condizioni per riallacciare pieni rapporti con il paese dei cedri, a cominciare dall’estromissione di Hezbollah dal sistema politico libanese

Presentata come una conseguenza della paralisi politica libanese, la decisione dell’ex premier sunnita Saad Hariri di fare un passo indietro e di boicottare le elezioni del 15 maggio è soltanto un tassello della strategia dei paesi del Golfo contro il movimento sciita Hezbollah, alleato dell’Iran, per impedire che esca vincitore dalle urne. L’assenza di Hariri dalla consultazione elettorale con ogni probabilità porterà allo slittamento del voto. Per il semplice motivo che la non partecipazione del principale leader sunnita del paese priverebbe di legittimità il risultato elettorale rendendo inutile la probabile vittoria di Hezbollah. L’abbandono della politica da parte di Hariri è da escludere. L’ex premier – figlio del primo ministro Rafik Hariri assassinato nel 2005 – più volte in passato ha annunciato la sua uscita di scena e negli ultimi anni ha vissuto in prevalenza all’estero. Ed è sempre rientrato in gioco al momento opportuno. «Sono convinto che non ci sia spazio per alcuna opportunità positiva per il Libano alla luce dell’influenza iraniana, della confusione internazionale, della divisione nazionale, del settarismo e della decadenza dello Stato», ha detto Hariri in riferimento allo stretto legame tra i suoi rivali di Hezbollah e Tehran.

Hariri ha puntato il dito contro l’influenza straniera, ossia iraniana in Libano. Lui stesso però è il terminale di altre influenze straniere, americane e del Golfo. E allo stesso tempo un ostaggio. Sebbene sia stato scaricato dalla monarchia saudita già da cinque anni per non aver saputo vincere la battaglia contro Hezbollah, Hariri ha limitata possibilità di movimento perché ha ancora la famiglia bloccata a Riyadh. Non è servita la mediazione di Mohammed bin Zayed, il principe ereditario di Abu Dhabi.

Non si può non notare la coincidenza tra l’annuncio del boicottaggio del voto da parte di Hariri e la visita a Beirut del ministro degli esteri del Kuwait Ahmad Nasser Mohammad al Sabah incaricato di ricucire i rapporti tra il Libano e le monarchie del Golfo. «Porto tre messaggi – ha spiegato al Sabah – il primo è la nostra solidarietà al popolo libanese; il secondo è il desiderio che il Libano non serva da piattaforma per attacchi ai paesi del Golfo; e, infine, che la terra dei cedri aderisca alle riforme che le sono richieste». Il terzo «messaggio» è il più importante perché sottintende la lista di 12 «idee e proposte» consegnata alle autorità di Beirut chiamate a dare una risposta entro domani, durante la riunione dei ministri degli esteri arabi. Una è già stata esaudita il mese scorso con le dimissioni del ministro libanese Kurdahi che aveva criticato i bombardamenti sauditi in Yemen.

Le proposte che porta in tasca il diplomatico kuwaitiano sono le stesse enunciate durante il recente incontro a Gedda tra il presidente francese Macron e il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman, in particolare sul rispetto dell’accordo di Taif che mise fine all’inizio degli anni ’90 alla guerra civile libanese e l’attuazione di politiche e riforme finanziarie. C’è poi un riferimento alle risoluzioni 1559 del Consiglio di sicurezza dell’Onu (per quanto riguarda lo scioglimento e il disarmo delle milizie, tra cui Hezbollah) e 1701 (i termini del cessate il fuoco del 2006 tra Israele e Hezbollah).  In linea con le posizioni dell’Amministrazione Usa, si richiede il monopolio statale esclusivo sulle armi, il controllo delle frontiere e dei valichi. Il Libano è inoltre chiamato a vietare qualsiasi attività politica svolta da partiti schierati contro Riyadh e le monarchie del Golfo. Qualche settimana fa si sono tenute a Beirut due conferenze organizzare da un gruppo di oppositori al re del Bahrein e un’altra promossa da Hezbollah a sostegno dell’opposizione al regime saudita. Al movimento sciita viene chiesto di cessare la sua interferenza nel conflitto in Yemen e di non ricevere più i combattenti ribelli Houthi.

Se queste condizioni non saranno accolte, l’Arabia saudita e le altre petromonarchie del Golfo non riprenderanno pieni rapporti diplomatici con il Libano e non ristabiliranno normali scambi economici e commerciali. In questo ambito è maturata la scelta di Hariri di boicottare le urne. Non stanchezza e delusione ma il desiderio di impedire la vittoria a Hezbollah.

* Fonte/autore: Michele Giorgio, il manifesto



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