L’Egitto usa pistole e fucili italiani per reprimere il dissenso

L’Egitto usa pistole e fucili italiani per reprimere il dissenso

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Il rapporto di EgyptWide: dal 2013 al 2021 armi piccole e leggere dall’Italia presenti nelle piazze dei massacri e negli abusi in Sinai. Autorizzati all’esportazione 62 milioni di euro, 18 sono già arrivati a destinazione

 

Dura una manciata di minuti ma è chiarissimo: è il video che ieri ha aperto la conferenza stampa alla Camera dei Deputati con cui EgyptWide for Human Rights ha presentato il rapporto Made in Italy per reprimere in Egitto, con la partecipazione di Archivio Disarmo, Rete italiana Pace e Disarmo e Amnesty International.

POCHI MINUTI che rendono concreti i contenuti del report, frutto di un lungo e tortuoso lavoro di documentazione sull’uso da parte della polizia egiziana di armi piccole e leggere italiane per sopprimere il dissenso in Egitto. Pistole, fucili e revolver presenti durante le peggiori violazioni dei diritti umani: sono tra le protagoniste del massacro di Rabaa al-Adawiya e al-Nahda, al Cairo, nell’agosto 2013 (un migliaio di sostenitori dei Fratelli musulmani ammazzati in poche ore) e sono le protagoniste in operazioni di sgombero di civili e di uccisioni di presunti miliziani nella Penisola del Sinai.

Si potrebbe continuare. Nelle piazze quelle armi – qualche esempio, i fucili Benelli M3T Super 90, quelli Beretta 70/90 e Arx160 – sono imbracciate dagli agenti egiziani, nell’ambito di una più ampia cooperazione tra forze di sicurezza di Italia ed Egitto che la scorsa settimana al Cairo il ministro della Difesa Guido Crosetto ha esaltato e promesso di ampliare.

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Come non fosse enorme di suo: «La nostra ricerca – spiegava ieri Alice Franchini di EgyptWide – si basa su analisi incrociate dei rapporti annuali presentati dal governo italiano al parlamento, all’Unione europea e all’Arms Trade Treaty, quelli dell’Istat e dell’Organizzazione internazionale del Commercio. Dal 2013 al 2021 sono state autorizzate trenta licenze di export di armi piccole e leggere, per un totale di 62 milioni di euro di cui almeno 18 hanno già raggiunto l’Egitto. Parliamo di oltre 30mila revolver, 3.600 fucili e 470 fucili d’assalto». E poi carabine, mitragliatrici, munizioni, tecnologie militari, software.

SECONDO IL RAPPORTO, il primo boom si è registrato tra il 2013 e il 2014, ovvero nei mesi che corrono tra il golpe guidato dall’ex generale al-Sisi e la sua nomina a presidente: il valore dell’export italiano di armi è passato dai 17 milioni del 2013 ai 31,7 del 2014, quasi il doppio. Nel 2016 (anno dell’uccisione del ricercatore italiano Giulio Regeni al Cairo) il valore più basso, sette milioni.

Poi la risalita: 69 milioni nel 2019 e il record di 871 milioni nel 2020. «Perché il regime egiziano continua a comprare armi nonostante l’enorme crisi economica del paese?». La domanda la pone Sayed Nasser di EgyptWide. Che si risponde: «Utilizza l’acquisto di armi per comprare il silenzio complice dei paesi europei, così come usa la carta dei rifugiati minacciando l’apertura dei confini».

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SULLO SFONDO sta la falsa narrazione dell’Egitto come fonte di stabilità nella regione, mentre conduce «una guerra a bassa intensità contro le opposizioni e il dissenso», spiega Tina Marinari di Amnesty Italia. Anche ricorrendo al Made in Italy: «Le armi piccole e leggere sono state definite da Kofi Annan le vere armi di distruzione di massa – spiega Barbara Gallo di Archivio Disarmo – Sono responsabili del 90% delle uccisioni in tutti i conflitti scoppiati dopo la seconda guerra mondiale. Mancano dati trasparenti ma si stima un commercio di armi piccole e leggere di 8,5 miliardi di dollari l’anno. L’Onu stima girino per il mondo almeno un miliardo di pezzi. La maggior parte della produzione è localizzata in Occidente e la loro circolazione è maggiore nelle aree instabili».

L’Italia è uno dei paesi che ne produce di più (nel 2015 arrivò seconda nella classifica globale, dietro solo agli Stati uniti), anche grazie a una normativa piena di buchi, dice Maurizio Simoncelli di Archivio Disarmo: «La legge 185 del 1990, all’articolo 1 comma 9, esclude dal divieto di export i paesi con cui l’Italia ha accordi di cooperazione militare. Il parlamento ne ha approvati una settantina, extra Nato ed extra Ue, tra cui l’Egitto. Significa che lì l’esportazione è legale anche a fronte di violazioni dei diritti umani. Non si può nel caso egiziano parlare di violazione legale della legge, ma solo del suo spirito». Il che preclude eventuali azioni giudiziarie.

LA RICHIESTA FINALE: «Chiediamo al parlamento italiano di istituire una commissione d’inchiesta sull’utilizzo di armi italiane in Egitto – conclude Nasser – e chiediamo al governo italiano di congelare ogni forma di commercio di armi con l’Egitto fin a che la commissione non avrà verificato. E gli chiediamo di mettere in primo piano i diritti umani nel suo rapporto con il Cairo». Crosetto, l’altro giorno, ad al-Sisi ha detto tutt’altro.

* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto



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