Nel Black Friday la protesta diventa globale: «Make Amazon Pay»

Nel Black Friday la protesta diventa globale: «Make Amazon Pay»

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Nel giorno in cui Amazon celebra la sua religione capitalista la piattaforma transnazionale composta da sindacati e associazioni ecologiste ha rilanciato la campagna “Amazon deve pagare” (Make Amazon Pay): salari, diritti sociali e ambientali. Dall’Inghilterra all’Italia, dalla Francia alla Germania un modello di organizzazione: “Siamo tutti uniti nella lotta”

 

Se il capitalismo digitale, nella forma del commercio al dettaglio online di Amazon, è globale così possono diventare le lotte. Lo ha dimostrato ieri la campagna «Make Amazon Pay» [Amazon deve pagare]. in occasione del «Black Friday», una delle feste più importanti della religione capitalista celebrata ogni 24 novembre, in vista del Natale, da una delle sue chiese più ricche e potenti. La piattaforma transnazionale che unisce un’ottantina di organizzazioni sindacali ed ecologiste in 130 paesi ha organizzato scioperi e manifestazioni in Italia, Inghilterra, Germania, Francia. il sindacato spagnolo Ccoo si muoverà lunedì per il «Cyber Monday».

In Germania, lo sciopero è stato lanciato dal sindacato Ver.di in cinque dei venti magazzini a Lipsia, Rheinberg, Dortmund, Bad Hersfeld e Coblenza,. In Francia la protesta di Attac si è concentrata sugli Amazon Locker, gli armadietti in stazioni, supermercati e strade dove i clienti ritirano gli ordini. L’Inghilterrà è stata il cuore pulsante della mobilitazione. Nell’hub di Conventry, secondo il sindacato Gmb, oltre mille dei 2.300 lavoratori hanno incrociato le braccia. Qui è in corso un epico sciopero da 28 giorni, il frutto di una mobilitazione per l’aumento del salario minimo a 15 sterline all’ora e per il cambiamento delle condizioni di lavoro da dieci mesi.

Davanti all’hub inglese sono arrivate delegazioni dai paesi europei interessati dalla mobilitazione che ha cercato di calvalcare il clamore mediatico del culto mercificato al fine di cambiargli il significato. E rendere concreto un progetto politico ancora allo stato di abbozzo. Così l’hanno definito ieri Christy Hoffman e Alke Bössiger, segretario e vice del del sindacato globale Uni. «Non importa in quale paese ci si trovi o quale sia la propria mansione – ha detto la prima – siamo tutti uniti nella lotta per ottenere salari dignitosi e una voce sul lavoro». «Abbiamo scioperato e protestato su questioni ambientali – ha aggiunto il secondo – Amazon è un’azienda grande e ha un’impronta globale altrettanto grande». Senza contare che la multinazionale fondata dall’uomo più ricco del pianeta, Jeff Bezos, affronta contenziosi di spessore con molti stati, tra cui quella sulla tassazione e sulla concorrenza, trattandosi di un soggetto quasi monopolistico nel settore.

In Italia, in coincidenza con lo sciopero di ieri organizzato da Cgil e Uil, i sindacati hanno indetto una mobilitazione nel tempio di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, da dove passano circa 400mila pacchi in consegna. Al suo interno lavorano circa 1.700 dipendenti che nei periodi di picco come quello attuale raddoppiano grazie a contratti a termine stipulati da quattro agenzie interinali. Quella di ieri è stata la terza giornata di sciopero dall’inizio di ottobre contro l’incremento dei salari ritenuto «inaccettabile» dai sindacati rispetto ai profitti record dell’azienda. Amazon Italia ha proposto un incremento del 3% lordo, circa 45 euro lordi al mese che si riducono a circa a 17 euro lordi. I lavoratori lamentano anche l’assenza di forme di Welfare, il mancato aumento dell’importo del buono pasto, la disattenzione rispetto alla salute e alla sicurezza dei lavoratori e il ricorso a contestazioni disciplinari per futili motivi.

Per Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs è stata del 60% dei dipendenti a tempo indeterminato e del 50% per i lavoratori interinali. Per l’azienda l’86% ha invece lavorato. Per i primi è stato un «messaggio chiaro rivolto a chi, pur ottenendo tanto dai lavoratori, non intende ridistribuire risorse a loro e alla comunità in cui vivono, in misura equa». Per l’azienda gli stipendi «sono già ampiamente superiori (1.765 euro) rispetto a quanto previsto dal contratto nazionale (1655 euro), abbiamo deciso di rilanciare con un ulteriore aumento. Le revisioni annuali ci permettono di garantire e mantenere una equità di trattamento salariale in tutto il network».

* Fonte/autore: Roberto Ciccarelli, il manifesto

 

 

ph by Leonhard Lenz, CC0, via Wikimedia Commons



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