Lavoro e ambiente. Marescotti (Peacelink): «L’acciaieria va chiusa»

Lavoro e ambiente. Marescotti (Peacelink): «L’acciaieria va chiusa»

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Il fondatore dell’associazione ambientalista: lo chiede anche la magistratura, serve la bonifica e un’economia alternativa, basta sperpero di risorse pubbliche

 

Alessandro Marescotti, fondatore e presidente di Peacelink a Taranto, ora è ufficiale: Mittal lascia e l’acciaieria torna nelle mani dello stato. Per voi ambientalisti si può aprire una nuova stagione?

Per noi non cambia niente. Perché le emissioni di benzene sono cancerogene sia che la proprietà sia pubblica o privata. Tutte le Valutazioni di danno ambientale che sono state fatte prevedono un eccesso di mortalità tra le 50 e 80 unità in 10 anni mentre l’epidemiologia considera accettabile un decesso in più, ogni 10 mila abitanti su 70 anni di vita. Lo stato non può fare miracoli nel cambiare le cose. Dunque noi continuiamo a sostenere che questo prezzo, questo sacrificio di vite umane non è tollerabile e che quindi l’acciaieria vada chiusa. Taranto vuole smettere di essere «una terra di sacrificio», come l’ha definita l’Onu.

In queste settimane il manifesto ha dato conto delle dichiarazioni di “Giustizia per Taranto” che paventava come se Mittal facesse fallire l’acciaieria ci sarebbero state «conseguenze enormi a livello sociale, con decine di migliaia di licenziamenti e, anche dal punto ambientale, dato che i progetti di decarbonizzazione risultano quanto mai parziali e non risolutivi dei problemi della nostra comunità».

Sono dichiarazioni perfettamente in linea con la posizione di tutte associazioni ambientaliste di Taranto che, a parte Legambiente, continuano a sostenere come l’acciaieria vada chiusa per mettere fine a uno sperpero di risorse pubbliche – varie fonti stimano il debito commerciale dell’attuale Acciaierie d’Italia a guida Mittal in 1,4 miliardi a cui vanno aggiunti i 3 miliardi stimati prima del fallimento post Riva per un totale di 4,4 miliardi e sicuramente il pozzo senza fondo è molto più profondo – e aprire un nuovo capitolo con la riconversione che può dare posti di lavoro con le bonifiche e un’economia alternativa. La chiusura è prevista anche dalla magistratura che nelle motivazioni della sentenza di primo grado prevede la condisca degli impianti anche per il futuro.

Mittal o lo stato non fa differenza: il benzene uccide uguale. Serve una Valutazione di danno sanitario come condizione. A Bagnoli ora il valore delle case è aumentato

Il segretario generale della Fiom Michele De Palma riflette sull’esperienza di Bagnoli a Napoli per chiedervi un’alleanza: «un nesso tra lavoro e ambiente per la transizione ecologica della siderurgia».

L’esempio di Bagnoli dimostra esattamente il contrario. Lì la bonifica, seppur con molti anni di ritardo, si sta completando e a farla è lo stato. Le bonifiche nei Sin, siti di interesse nazionale, sono un obbligo per lo stato. A Bagnoli, grazie alle bonifiche, il valore delle case sta aumentando. Ricordo poi che le bonifiche a Taranto sono in capo all’amministrazione straordinaria ex Ilva, non a Mittal. E che gli interventi già fatti, come la copertura dei parchi minerari, sono stati pagati con il miliardo sequestrato ai Riva nei paradisi fiscali dalla magistratura.

Vero è però che Mittal stava continuando a inquinare: proprio dopo le vostre denunce, nei giorni scorsi ci sono state perquisizioni nella sede di Taranto di Acciaierie d’Italia per danno ambientale…

I valori di benzene in questi anni sono aumentati e dopo le nostre denunce l’Arpa e l’Asl hanno stabilito che la causa era l’acciaieria e non l’Eni. Detto questo, il cocktail di inquinanti pericolosi ai tempi d’oro dei Riva era certamente superiore a oggi ma di certo ancora superiore ai limiti fissati dal piano sanitario dell’Oms.

Molti sostengono che Mittal ha deciso di non spendere più un euro quando le è stato tolto lo scudo penale.

In verità fui proprio io a chiedere all’allora primo amministratore delegato della società italiana di Mittal se avessero prodotto anche in assenza di «scudo penale». Mi rispose con franchezza di no. Ma questa è solo la concausa del loro addio: gli indiani hanno sbagliato i calcoli sulle capacità produttive di Taranto.

Lo «scudo penale» è stato tolto dal M5s su vostra richiesta però…

In realtà è stato riscritto, non cancellato. C’erano una quarantina di esposti presentati alla magistratura che avrebbero portato a un ricorso alla Corte costituzionale contro lo scudo penale. Il M5s tolse l’immunità ma riscrisse la norma in modo da tutelare la produzione di Mittal.

Vi sentite traditi da tutta la politica. Forse solo Lorenzo Fioramonti, l’unico che parlò pubblicamente di chiusura e riconversione, vi ascoltò. Ma poi il M5s decise che fosse Di Maio e non lui a fare il ministro competente per Taranto…

Dovevo incontrarlo a Roma in quei giorni. Ma poi tutto saltò. E neanche lui parlò più di riconversione.

Molti in queste settimane sostengono che se nel 2018 avesse vinto la cordata guidata da Jindal con la decarbonizzazione la situazione ambientale sarebbe migliore.

Neanche Jindal presentò alcuna Valutazione di danno ambientale, parlavano anche loro solo di piano industriale. È la critica che facciamo a tutti i sindacati senza distinzione: dovevano chiedere che la Vds fosse pre-condizione per qualsiasi proposta. E invece così non è mai stato.

Voi associazioni ambientaliste martedì tornate a farvi sentire con un’assemblea pubblica per chiedere “verità e giustizia per Taranto”: con quali richieste?

Sono richieste unitarie che partono dalla constatazione che in queste settimane il dibattito si è sviluppato solo sulla salvaguardia della produzione di acciaio. Vogliamo riportare al centro del dibattito la tutela del territorio e della salute, chiedendo al governo risorse per provvedimenti urgenti di bonifica.

* Fonte/autore: Massimo Franchi, il manifesto



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