Roma, malato trattenuto per quattro mesi nel CPR nonostante ingerisse feci e urine

Roma, malato trattenuto per quattro mesi nel CPR nonostante ingerisse feci e urine

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Ponte Galeria, protocollo per lo psichiatra. La garante Calderone: «Si spera possa far emergere più rapidamente le situazioni di disagio mentale». La rete Mai più lager: «Rischio deriva manicomiale»

 

Alla fine H. B. è uscito dal Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Ponte Galeria. Il cittadino algerino, che era finito il 9 gennaio scorso nell’analoga struttura di Macomer da cui è stato successivamente trasferito, ingeriva le sue stesse feci e urine. Per questo l’avvocato Gennaro Santoro ne aveva chiesto la liberazione tre settimane fa. Nonostante l’evidente disturbo psichiatrico e la mancanza di chiarimenti dell’ente gestore, il giudice di pace ha confermato il trattenimento. Per due volte. Così Santoro ha presentato un ricorso d’urgenza alla Corte europea dei diritti umani (Cedu).

I giudici di Strasburgo hanno chiesto alle autorità italiane chiarimenti sul caso – esami medici e cartella sanitaria del migrante – e sulla struttura detentiva – condizioni materiali di igiene e sicurezza e trattamenti medici disponibili. Il termine per la risposta era stato fissato al 17 maggio.

Nel frattempo la commissione territoriale ha respinto la domanda di asilo di H. B. «Non ha fatto in alcun modo riferimento alle gravi condizioni mediche della persona, ha solo detto: l’Algeria è un paese sicuro», afferma Santoro. Il caso spiega bene la posta in gioco dell’inserimento degli Stati nell’elenco di quelli ritenuti sicuri: proprio l’altro ieri il governo ne ha aggiunti altri sei per decreto. Tra questi Egitto, Bangladesh e Camerun. Comunque Santoro ha impugnato il diniego e il tribunale civile di Roma ha disposto la sospensiva. Successivamente ha anche ordinato di liberare il cittadino algerino. Il governo non dovrà dunque rispondere alla Cedu.

H. B. è uscito da Ponte Galeria mercoledì. Lo stesso giorno la garante dei detenuti di Roma Valentina Calderone ha annunciato un protocollo tra prefettura e asl per garantire la presenza di uno psichiatra nel Cpr romano. Quattro giorni a settimana per un totale di quattro ore. Finora le visite specialistiche erano possibili solo fuori dalla struttura, in un Centro di salute mentale, e così andavano sempre deserte. «Si spera che la presenza di uno psichiatra permetta di far emergere molto più velocemente le vicende di persone con problemi di natura mentale, dunque non idonee al trattenimento», afferma Calderone.

Preoccupazione ha invece espresso la rete Mai più lager-No ai Cpr, la quale in un comunicato denuncia che l’ingresso dello psichiatra è «la conferma di un rapido avanzamento verso il modello di Cpr come ospedale psichiatrico sotto mentite spoglie, senza che vi siano minimamente struttura e personale adeguati: solo i pazienti, ma abbandonati a loro stessi».

Il timore deriva da quanto visto nel Cpr di Macomer, dove tale figura professionale è presente. Durante la visita realizzata il 23 marzo scorso dall’associazione Naga e dalla deputata di Alleanza verdi sinistra Francesca Ghirra, oltre alla presenza di H. B. poi trasferito a Ponte Galeria, ha colpito la situazione di un cittadino statunitense, afroamericano.

«Vaneggiava dicendo di essere Richard Nixon e che la famiglia lo attendeva in un porto. Presentava una chiara dissociazione, ma il personale sanitario sosteneva di essere in grado di gestirlo perché nel centro c’era una psichiatra – afferma Nicola Cocco, medico della rete Mai più lager-No ai Cpr – È una cosa gravissima: quel luogo non è attrezzato per simili problemi. Sommando uno psichiatra a un contesto detentivo viene fuori una deriva manicomiale».

Secondo Cocco i medici dovrebbero rilevare e far emergere il disagio mentale durante le visite che decidono se una persona è idonea o meno al trattenimento: «L’articolo 3 del regolamento Lamorgese stabilisce che chi è affetto da disturbi psichiatrici non deve stare nei Cpr».

* Fonte/autore: Giansandro Merli, il manifesto



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