La Cina lancia il New Deal “Stop alle diseguaglianze“

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(da La Repubblica, LUNEDÌ, 06 MARZO 2006,
Pagina 21 – Esteri)

Monito del premier Wen Jiabao in apertura dei lavori parlamentari: sviluppo troppo impari

La Cina lancia il New Deal “Stop alle diseguaglianze“


Per la prima volta le disparità che vive la nuova Cina sono illustrate in modo così chiaro
La rapida crescita degli ultimi anni ha favorito la borghesia ma lasciato indietro milioni di contadini

Federico Rampini

PECHINO – Meno crescita, più qualità dello sviluppo. Priorità all´emergenza ambiente e alla lotta contro le diseguaglianze. È il “New Deal“ cinese, lanciato ieri dal premier Wen Jiabao nel discorso programmatico che ha inaugurato la sessione legislativa del Congresso. Tremila delegati riuniti nel Grande Salone del Popolo, imponente edificio in Piazza Tienanmen, hanno ascoltato dal primo ministro un´analisi severa e perfino drammatica. Wen ha ammonito che la modernizzazione della Cina «attraversa una fase molto difficile, si sono accumulati dei conflitti profondi e nascono problemi nuovi che non possiamo ignorare». Ha descritto una crescita economica surriscaldata, squilibrata da eccessi di investimento e gravida di rischi: «I fenomeni di sovrapproduzione sono evidenti, i prezzi calano, le scorte si accumulano, molte imprese vedono calare i profitti e altre sono in perdita, i rischi finanziari peggiorano». Ha invocato un piano quinquennale per «arrestare la distruzione sistematica dell´ambiente». Ha denunciato la mancanza di assistenza sanitaria, istruzione e alloggi per la parte più povera della popolazione. Ha ammesso che «gli espropri delle terre dei contadini, la corruzione e l´inquinamento minacciano la stabilità sociale».
È un discorso insolitamente preoccupato. Sembra teso a preparare il paese a tempi peggiori: se non una fine del boom, quantomeno un rallentamento della crescita e un acutizzarsi delle tensioni sociali. Una parte del pessimismo può essere dettata da circostanze internazionali. Per esempio la previsione che nel 2006 la disoccupazione crescerà e il Pil aumenterà “solo“ dell´8% (contro il 10% dell´anno scorso), e l´affermazione che lo sviluppo dovrà essere meno trainato dalle esportazioni, può essere la conseguenza delle tensioni protezionistiche che la Cina avverte in Europa e negli Stati Uniti. Ma è il fronte sociale interno quello che spaventa di più i leader della Repubblica popolare. L´anno scorso, secondo dati ufficiali della pubblica sicurezza, si sono verificati 87.000 scontri violenti con le forze dell´ordine, per lo più proteste di contadini espropriati delle terre per far posto a nuove fabbriche o a speculazioni edilizie. Perciò il New Deal presentato da Wen Jiabao tenta di ricucire un consenso sociale che è entrato in crisi nelle zone più arretrate del paese, dove vivono 800 milioni di contadini. In futuro – è questa la promessa dei vertici del regime – i frutti della crescita economica non andranno soltanto al ceto medio delle grandi città, ma saranno ripartiti in favore degli strati più deboli. Le misure concrete riguardano il finanziamento degli ospedali nelle zone rurali, l´istruzione gratuita, nuovi sussidi per i coltivatori di cereali, un piccolo aumento delle pensioni e delle indennità di disoccupazione. Sul fronte ambientale saranno introdotti sgravi fiscali per le imprese che riciclano i rifiuti e le scorie tossiche, e un sistema di obiettivi per la riduzione dei consumi energetici. L´aumento delle voci di spesa sociale è del 15%, ma i 5 miliardi di dollari destinati a queste voci sono una frazione dei 35 miliardi per la spesa militare. Inoltre Wen Jiabao ha deluso ancora una volta chi sperava in una svolta più radicale: la riforma del regime di proprietà terriera nelle campagne. È questa infatti la base giuridica fondamentale che spiega molte proteste contadine. Mentre i cittadini sono liberi di comprare e vendere le loro case, i terreni agricoli sono ancora soggetti alla decisione delle autorità locali. Anche quando una famiglia contadina ha coltivato sempre la stessa terra, può essere cacciata con indennizzi irrisori se i dirigenti locali del partito decidono di cederla per un insediamento industriale o edilizio.
La svolta “di sinistra“ promossa dal presidente Hu Jintao e dal suo premier, non prevede inoltre alcun passo verso la democratizzazione. Al contrario la repressione del dissenso, le chiusure di giornali “scomodi“, gli arresti di reporter e attivisti umanitari hanno registrato una escalation. Il clima di controllo è percepibile anche all´apertura di questo Congresso. Ieri la Piazza Tienanmen era “blindata“ da un dispositivo di sicurezza di 15.000 poliziotti per prevenire manifestazioni di protesta da parte di operai licenziati, contadini senza terra o seguaci della setta Falun Gong. Perfino alcuni studenti universitari cinesi che avevano iniziato a conversare con dei turisti sulla Piazza Tienanmen per fare esercizio di inglese, sono stati allontanati dalla polizia. I segnali di insoddisfazione affiorano nonostante la censura. L´agenzia di stampa ufficiale Xinhua ha organizzato un sondaggio sul suo sito Internet, chiedendo “Se fossi un delegato al Congresso, che cosa proporresti?“ Tra le risposte apparse sul forum online si può leggere “garantirei che i cittadini possano esercitare i loro diritti politici“, “combatterei la corruzione“, “toglierei le auto blu e i privilegi ai dirigenti“.
In un simbolico gesto di apertura il partito ha autorizzato i delegati del Congresso a creare dei blog su Internet. Per ora solo otto ci hanno provato, e i primi testi non offrono sorprese. In uno di questi il delegato Zhou Honyu promette di “ascoltare i desideri del popolo e rappresentarli fedelmente“.

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