Tutti di ruolo, nessuno inamovibile Una proposta sul nodo dei precari

In applicazione di questa direttiva, il Tribunale di Genova ha condannato lo Stato italiano, che pratica come normale l’assunzione a termine dei nuovi insegnanti nella scuola e attribuisce loro un trattamento nettamente inferiore rispetto a quelli di ruolo. Il rischio per le esauste casse dello Stato è elevatissimo, perché i lavoratori di serie B o di serie C nella scuola sono oltre 150 mila. Come se ne esce? Per ottemperare alla direttiva europea occorrerebbe stabilizzare tutti quanti. Questo, però, alle condizioni attuali è impossibile: non solo perché costerebbe troppo, ma anche perché il rapporto di impiego «di ruolo» è troppo rigido per potersi applicare a tutti. Quei 150 mila precari oggi portano — da soli — tutto il peso della flessibilità  di cui il sistema scolastico ha bisogno. Governo e sindacati stanno studiando la possibilità  di stabilizzarne soltanto una parte; ma anche questo non risolverebbe nulla, perché la discriminazione vietata dal diritto europeo resterebbe in vita nei confronti dei moltissimi che rimarrebbero fuori. C’è un modo solo per uscirne: ridefinire la disciplina dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato per tutte le nuove assunzioni che avverranno d’ora in poi, in modo che essa possa applicarsi davvero a tutti, senza portare con sé costi eccessivi e in modo che la flessibilità  necessaria sia ripartita in modo uguale su tutti: solo questo può evitare una grandine di ricorsi giudiziali destinati a moltiplicare per centomila gli effetti della sentenza di Genova. In altre parole: il vincolo posto dal diritto europeo ci obbliga — se vogliamo evitare la bancarotta dello Stato— a una riforma profonda del rapporto di impiego nella scuola, che superi l’attuale apartheid fra insegnanti di ruolo e insegnanti di serie B o C. D’ora in poi, tutti a tempo indeterminato, ma nessuno inamovibile. E non è difficile prevedere che lo stesso discorso finirà  per estendersi anche alle altre amministrazioni pubbliche, dove l’apartheid è ormai pratica largamente consolidata: si calcola che i «precari permanenti» nel comparto pubblico siano oltre 500 mila. La direttiva europea, del resto, è vincolante anche per il comparto privato. Lo stesso identico problema è dunque destinato a riproporsi anche nel settore editoriale, in quello delle case di cura, e in molti altri settori del nostro tessuto produttivo, dove è difficilissimo essere assunti con un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e dove l’apartheid tra protetti e non protetti è la norma ormai da un quarto di secolo. Se la questione è dappertutto la stessa, anche la soluzione deve essere la stessa: un nuovo diritto del lavoro capace di applicarsi davvero a tutti i rapporti destinati a costituirsi da qui in avanti. Se, poi, con l’occasione, saremo capaci anche di semplificarlo, sarà  tanto di guadagnato per tutti.


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