WikiLeaks: “Dagli Usa dieci milioni di dollari all’opposizione siriana”

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DAMASCO – La soffiata di WikiLeaks sui 10 milioni di dollari elargiti dal Dipartimento di Stato all’opposizione siriana piomba in un momento delicato nei rapporti fra America e Siria, e all’indomani dell’ennesima strage. Ieri Damasco si sveglia stordita da un doppio colpo: prima i 25 morti a Homs abbattuti, secondo fonti dirette, da raffiche sparate da automobili in corsa; poi la notizia dei fondi Usa a un gruppo fra i più avversati dal regime. E’ il Washington Post a rivelare la corrispondenza segreta indirizzata il 28 aprile 2009 al Segretario di Stato, alla Cia, alle sedi di Parigi e Londra, con preghiera di riesaminare l’approccio verso la Siria. Il funzionario si raccomanda di scartare la politica del “regime change”, e di incoraggiare invece le riforme, imbastendo «un rapporto di reciproco vantaggio». Infatti dal 2006, cioè dal gelo diplomatico fra i due Paesi, l’Amministrazione Bush ha autorizzato il finanziamento segreto di «fazioni anti-governative all’interno e all’esterno del Paese»: primo fra tutti il Movimento per la giustizia e lo sviluppo a Londra: un gruppo «di islamisti moderati» legati ai Fratelli musulmani, e una tv satellitare, la Barada tv. Bastano quei due dati – Fratelli musulmani e Barada tv – a scoperchiare ieri le ansie dei siriani: il canale è legato all’ex vicepresidente Khaddam, espulso nel 2005, inviso per la corruzione e le repressioni nei 21 anni al potere, e altre recriminazioni che fanno dire a un dissidente come Haytham al-Maleh: «I siriani conoscono fin troppo bene Khaddam. Non potrà  tornare». Khaddam da Parigi collabora con il leader dei Fratelli musulmani, Mohammad Riad Shaqfa. Anche per questo il cablo è inviato in copia alle due ambasciate francese e britannica. L’estensore americano sembra d’accordo nel prendere le distanze e nell’incoraggiare un «cambiamento comportamentale» del governo siriano, promuovendo riforme e società  civile. Tutto questo, come scrive il funzionario nel 2009, «se venisse alla luce, metterebbe a repentaglio il riavvicinamento dell’Amministrazione Obama con Damasco». Parole che sembrano prese dal copione dell’ambasciatore Robert Ford, reinsediato da gennaio a Damasco. Arabista, fine diplomatico, Ford deve l’investitura a Obama, il quale ha impegnato il proprio capitale politico nella sua nomina, avversata dal Congresso. Gli umori nell’ambasciata dell’Abou Rumanna non sono affatto sereni. Dietro l’ufficiale discrezione, fanno sapere che i progetti recano la firma di Bush, malgrado il Washington Post lasci intendere che i finanziamenti siano continuati fino al settembre 2010: prima dell’arrivo di Ford. Il Dipartimento di Stato gli viene in soccorso: nega che l’America «voglia minare il governo siriano». Soltanto «promuove il processo democratico in Siria e altrove». Fuori dell’ambasciata, le soffiate WikiLeaks rinfocolano l’ansia dei siriani sull’accoppiata Khaddam-Fratelli musulmani. Lo spettro dei complotti fa dire a un chierico cattolico rispettato come Elias Zahlaoui, che «il ritorno dei Fratelli musulmani condannerà  i cristiani della Siria alla sorte dei loro correligionari in Iraq». Padre Elias crede di vedere quella mano dietro alle sparatorie di Homs, che hanno fatto 25 morti fra civili e forze dell’ordine. Sta di fatto che lo choc e la rabbia per la strage hanno impresso una svolta inedita alla ribellione: da ieri sotto la torre dell’orologio nella piazza centrale della terza città  più importante del Paese, migliaia di cittadini organizzano un sit-in. Potrebbe essere l’accelerazione decisiva della protesta.


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