“In azione una macchina del fango”

Lo pensava già  Licio Gelli. Lo ricopiano loro. E lì s’incardina, trae linfa e s’accresce la “macchina del fango”. Con un faro puntato su palazzo Chigi e sugli uomini di Berlusconi. Esso regola ogni passo della loro giornata e della loro vita. È il grimaldello per giustificare lo spregiudicato obiettivo di penetrare all’interno dello Stato, sia la magistratura, le polizie, gli 007, o nelle imprese pubbliche e private, o nella la stampa. Tutto è piegato ad esso. Solo per questo lavorano la mente Luigi Bisignani, uomo di loggia di lungo corso, e Alfonso Papa, la toga asservita, solerte, ma vittima del suo debordante debole «per le femmine». Che, senza soldi, è costretto a farsi pagare da altri. I pm Francesco Curcio ed Henry John Woodcock definiscono quell’Undicesimo comandamento «un’evidenza solare». Si traduce in quattro, semplici mosse: «Acquisire indebitamente notizie, intimidire, blandire, poi passare al ricatto e alla richiesta di favori». 

Uno scenario devastante e del tutto privo di scrupoli. «Un vero e proprio sistema criminale, illegale e surrettizio» scrivono i due pm, quasi increduli perfino loro, pur dopo un anno di indagini, di intercettazioni, di interrogatori. Nel quale si accumulano i racconti delle vittime, degli imprenditori finiti «in uno stato di soggezione», nel mirino degli ultimi eredi del “metodo” Gelli. I De Martino, i Gallo, i Fasolino, i Petrillo, i Boschetti, i Casale. Per tutti la stessa tecnica pesante e ormai rodata, raggiunti sul cellulare da un sedicente poliziotto o carabiniere, «intimiditi» da un possibile interrogatorio, «minacciati» da un imminente arresto, blanditi da un’offerta di protezione, coinvolti e sporcati con una richiesta di “prestazioni” per migliaia di euro. Un metodo che in tutto e per tutto assomiglia a quello della mafia. Che ti avvicina, ti macchia, alla fine ti si prende. Questo faceva Papa che poi correva a informare Bisignani. Lui, un magistrato, uno che aveva lavorato al ministero della Giustizia, un parlamentare. Corrompeva per strappare le indiscrezioni sulle inchieste, le passava a Bisignani, chiedeva favori per sé.
Una «filiera criminosa», la mente e il braccio. Che una parola d’ordine se l’erano data: «infangare». Curcio e Woodcock la decrittano come la manovra che consenta loro «di esercitare indebite pressioni su esponenti delle istituzioni». E citano i due casi più clamorosi che hanno sotto mano, quello del procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini e del vice presidente del Csm Michele Vietti. Per la prima si distorce su un vecchio incidente del figlio. Per il secondo si specula su una cena. Il metodo Boffo assurge a regola di comportamento. Aspira ad istituzionalizzarsi. Conta ormai su precedenti che fanno scuola, i calzini azzurri del giudice Mesiano, la casa di Fini Montecarlo, il dossier sul fidanzato della Boccassini. Investigare, raccogliere, sporcare, ricattare, delegittimare, condizionare, cacciare via. Diventa «un sistema davvero perverso». Gestito da quelli che Curcio e Woodcock definiscono «veri e propri “mercanti in nero” di notizie e di informazioni segretate e riservate». Mercanti pericolosi, «ben consapevoli dell’enorme potere che può discendere dalla disponibilità  e dalla strumentalizzazione, intesa come uso distorto, delle medesime notizie e delle informazioni sensibili».
La macchina del fango punta a far suo lo Stato. I magistrati fotografano «l’indubbia capacità  di Bisignani di condizionare organi, enti, istituzioni che svolgono un ruolo centrale nella vita di uno Stato democratico». La loggia si fa essa stessa Stato. Non lo teorizzano Curcio e Woodcock, ma citano centinaia di trascrizioni di conversazioni telefoniche in cui emergono «i rapporti tra Bisignani e la Rai, tra Bisignani e l’Eni, tra Bisignani e gli organi di informazione, tra Bisignani e la presidenza del Consiglio, con membri del governo, con parlamentari, tra Bisignani e i vertici del mondo bancario». La loggia lavora così: i suoi componenti si associano col fine di «condizionare» lo Stato.
L’arma utilizzata è sempre la stessa, un sistema «costante negli anni», ormai sperimentato. Identico a se stesso. Il «depistaggio». I due pm la definiscono come «una ben organizzata e sistematica attività  di inquinamento, di vero e proprio depistaggio, espletata nelle più delicate e complesse vicende processuali che hanno dominato e caratterizzato la storia giudiziaria degli ultimi anni». Guardano a Napoli, Curcio e Woodcock, ma non solo. Vedono quel «mercato parallelo di notizie e di informazioni» che aveva nella toga infedele Alfonso Papa un suo puntello quotidianamente in azione.
Vero e falso si mescolano, un sistema che affonda nei lontani dossier degli anni Novanta contro Antonio Di Pietro. Allora tutti sospettavano che fosse Cesare Previti a muoverli e architettarli. Ruieccoli adesso, per come li hanno ricostruiti i pm di Napoli, ecco «l’indebita propalazione e la commistione di notizie vere, illecitamente attinte da fonti giudiziarie, con quelle verosimili, se non addirittura in qualche caso false». Alla fine l’obiettivo, tutto politico, interamente finalizzato a favorire chi siede a palazzo Chigi, è «destabilizzare il sistema», è creare «un gravissimo vulnus al sistema giudiziario». Ma è soprattutto «influenzare il funzionamento delle istituzioni dello Stato».

 


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