Termini scaduti, liberi i fedelissimi di Provenzano

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ROMA – Quattro uomini “stretti” di Provenzano. Di lui avevano coperto la latitanza e festeggiato il ritorno a Villabate. Condannati il 2 luglio 2009 a Palermo come fiancheggiatori del capo di Cosa Nostra. Ma dal 29 aprile liberi. Per colpa della Cassazione che non ha emesso in tempo la sentenza definitiva. Scaduti i termini di carcerazione, i quattro sono stati liberati dalla Corte d’appello di Palermo che ha potuto solo prendere atto dell’istanza dei legali. La notizia trapela più d’un mese dopo e subito scoppia un caso. Dalla Cassazione, fino a lunedì, non si potrà  sapere cos’è accaduto. Nel frattempo il Guardasigilli Angelino Alfano dispone «immediati accertamenti» per verificare se la messa in libertà  «sia conseguenza di un’irregolarità  o di indebiti ritardi nel trattare il procedimento». Ed esplode lo scontro tra maggioranza e opposizione. La prima, con Gasparri e la Lega, accusa gli ermellini di non aver fatto il loro dovere e invita la sinistra a «rivolgersi ai magistrati che non rispettano i tempi». Il Pd, con Finocchiaro, Ferranti e Lumia, definisce «grave e inaccettabile» la scarcerazione, chiede chiarimenti, ma invita Gasparri a non lanciare accuse «ridicole e di cattivo gusto».
Il caso c’è tutto. I quattro mafiosi sono liberi, solo con l’obbligo di presentarsi tre volte alla settimana alla polizia, il loro rango nell’organizzazione criminale è elevato. In Cassazione si coglie sia la preoccupazione per l’accaduto, sia l’urgenza di accertare fatti e responsabilità . Al vertice non ci sono tentativi di minimizzare.
Allo stato, la ricostruzione possibile è questa. A Palermo, il 2 luglio 2009, viene letto in aula il dispositivo della sentenza contro i quattro (Gioacchino Badagliacca, Giampiero Pitarresi, Vincenzo Paparopoli, Vincenzo Alfano). A Roma, nel palazzaccio di piazza Cavour, il processo è assegnato alla quinta sezione, presieduta da Aldo Grassi, uno delle quattro dedicate alle mafie. Una sezione, per così dire “iatturata”, dove di recente si sono susseguite molte malattie dei giudici. Sta di fatto che il 14 gennaio il caso è in udienza, ma viene rinviato perché manca la copia della sentenza d’appello. Prossima data il 14 giugno. E qui, per quella che a Palermo per ora è solo un’ipotesi, il collegio, e in particolare il relatore che è responsabile del fascicolo, non si sarebbe reso conto del rischio della possibile scarcerazione. Una stranezza, perché sulla copertina dei processi, in calce, sono sottolineate le date importanti, come prescrizioni e scarcerazioni. A “tradire” i giudici potrebbe essere stato un errore nei calcoli o il fatto che, per Badagliacca, a seguito di un ricorso, il tetto della custodia era stato ridotto da sei a quattro anni. In Cassazione comunque la linea è quella di «assumersi fino in fondo ogni responsabilità ».
È necessario descrivere l’identikit dei quattro fiancheggiatori per comprendere la gravità  del fatto. Dal 2003 Provenzato, nascosto tra Villabate e Bagheria, aveva chiesto loro aiuti e appoggi, in particolare per il viaggio a Marsiglia, dove fu operato al braccio e alla prostata. Badagliacca l’aveva accompagnato e, nel tempo libero, giocava al casinò di Saint Vincent. Arrestato nel 2006, fu condannato a sette anni e mezzo. Stessa pena nel 2009 per Pitarresi, che curava le finanze del clan. Paparopoli fornì la carta d’identità  per dare al gruppo, in partenza per Marsiglia, schede telefoniche pulite. Alfano mise a disposizione la ditta edile per far infiltrare i boss in alcuni appalti. I quattro, tuttora depositari di molti segreti, sono liberi proprio mentre un altro picciotto di Villabate, il vivandiere di zu’ Binnu Stefano Lo Verso, si pente e racconta ai pm anche le confidenze che in carcere gli ha fatto Paparopoli. Pure sui rapporti tra mafia e politica.

 


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