Gelo di Marchionne: investimenti sospesi ora vogliamo capire

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TORINO – Sergio Marchionne, in viaggio verso Torino proprio mentre il giudice Vincenzo Ciocchetti apporta gli ultimi ritocchi alla sentenza su Pomigliano, non prende bene il verdetto, almeno nella parte che riapre le porte della fabbrica alla “odiata” Fiom. Ai suoi dice – a botta calda, pochi minuti dopo la sentenza – che gli investimenti su Fabbrica Italia, ed anche su Pomigliano dove si lavora alla nuova Panda, sono sospesi. Congelati in attesa di capire quale sarà  l’impatto sulla vita aziendale del rientro delle tute blu della Cgil.
Fin dalla presentazione di Fabbrica Italia, l’ad della Fiat e della Chrysler va ripetendo che il suo obiettivo è quello di «rispondere ai mercati così come avviene in tutti i Paesi del mondo» e cioè senza che ogni decisione debba trasformarsi in una vertenza nuova. Aggiungendo, anche che, in caso contrario, la Fiat sarà  costretta ad andare là  dove ciò sarà  possibile.
Conclusasi in perfetto stile italiano, la vicenda giudiziaria di ieri riconosce le ragioni della Fiat ma lascia in parte aperta la questione Fiom di cui stabilisce la riammissione in fabbrica. La Fiat deve prendere atto di un giudizio che, nel darle ragione, può avere un effetto diretto sui suoi piani in Italia. Per quanto possa sembrare ininfluente – ma non lo è per niente – non è secondario che ora Marchionne debba fare le sue mosse quando mancano dieci giorni al cda sulla semestrale di un gruppo integrato che si terrà , per la prima volta, in Brasile e nel corso del quale è assai probabile venga annunciata la semplificazione della struttura organizzativa. Che poi vuol dire la creazione di un team unico per Fiat e Chrysler corresponsabili per ognuna delle tre aree più importanti. Una struttura studiata per rispondere alle esigenze di un gruppo avviato comunque verso quella fusione oltre la quale potrebbe farsi strada la decisione di spostare l’asse del gruppo dall’Italia agli Stati Uniti.
Ieri qualcuno scherzava, ricordando l’anagramma di Sergio Marchionne che circola da qualche giorno e che suona «non emigrerò, chissà ». Proprio così: chissà ? E’ noto che delle tre aree, nelle quali il Lingotto intende creare altrettante headquarters, Europa, Stati Uniti e Sud America, il Vecchio Continente ancora conta di più in termini di produzione e lavoratori occupati, con 45.939 contro 39.552 addetti. Questo vuol dire che Marchionne non intende rinunciare all’Europa. E non può rinunciare alla permanenza in Italia dove, oltre a quelle produttive e occupazionali, ci sono ragioni storiche che renderebbero assai problematica la scelta di un disimpegno.
Ora che cosa potrà  accadere? Marchionne ha più volte ha ricordato che le tre operazioni, Pomigliano, Mirafiori, Bertone di Grugliasco, lui le ha sempre pensate in funzione del salvataggio di circa 12 mila posti. Dopo questa sentenza, il manager batte il pugno. Si ritira a riflettere.
Certo, al di là  della (parziale) delusione, assai difficilmente Fiat potrà  fare retromarcia per quanto riguarda lo stabilimento campano. Per la riconversione di Pomigliano ha investito 700 milioni e, con qualche problema nei rapporti con i sindacati polacchi, vi ha trasferito la produzione della Panda. I piani prevedono 270 mila vetture all’anno di questo modello, che tra l’altro è il più venduto tra quelli Fiat (al Salone di Francoforte tra meno di tre mesi sarà  presentata la nuova versione). Ciò che è importante è che ora si mette in moto l’iter per Mirafiori e Grugliasco con una sentenza che sancisce, in fondo, una tregua che può contare molto.


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