Una Grecia tira l’altra

 PARIGI.Mercati nel panico hanno aperto ieri mattina la riunione d’emergenza – non «di crisi», hanno voluto precisare a Bruxelles – dell’eurogruppo, seguita da una riunione dei ministri finanziari, l’Ecofin a 27, coinvolgendo tutta l’Europa che conta, da Jean-Claude Trichet presidente della Bce, a van Rompuy presidente permanente del Consiglio europeo, da José Manuel Barroso della Commissione ail commissario agli affari economici Olli Rehn, dal polacco Jan Vincent Rostowski, che presiede l’Ecofin, a Vittorio Grilli per il Comitato economico finanziario. E persino Dallara, della lobby delle banche. Una riunione d’emergenza per trovare in tempi stretti una soluzione alla crisi greca, ma con gli occhi ormai puntati sul «contagio» a Spagna, Belgio e, soprattutto, Italia, che da sola ha un peso doppio economicamente parlando dei primi tre paesi travolti dalla crisi, Grecia, Irlanda e Portogallo riuniti.

Dalla Germania, Angela Merkel ha inviato un messaggio a Roma: in una telefonata con Berlusconi ha fatto pressioni perché arrivi in fretta dall’Italia «un segnale importante». La Germania è al centro del gioco, visto che è l’economia trainante di una zona euro in pieno ciclone. Merkel ha affermato che «tutti i partner della zona euro sono fermamente decisi a difendere la stabilità  dell’euro nel suo insieme», ma il ministro delle finanze, Wolfang Schaà¼ble, più nervoso, ha respinto ogni responsabilità  tedesca, affermando che «se fosse stato per la Germania avremmo già  un programma per la Grecia, ma non tutti erano pronti».
Ufficialmente, le due riunioni di ieri a Bruxelles erano dedicate a trovare una soluzione per il secondo piano di aiuto di cui ha bisogno la Grecia per non soffocare. Si tratta di un altro piano di altri 100-110 miliardi, equivalente al primo, già  in atto. Ma le opinioni divergono e gli europei sono sempre più divisi su come affrontare la crisi, in particolare sulla questione di come – e fino a che punto – coinvolgere i privati, cioè banche, assicurazioni e fondi di investimento, nei piani di salvataggio. Bisogna «coordinare» le posizioni, ha detto il portavoce di Rompuy. Difatti, il problema non è «come salvare la Grecia», ma «come salvare le banche che hanno prestato e speculato sulla Grecia». Il primo piano di aiuti ad Atene è stato concesso in cambio di austerità  feroce: i greci sono soffocati, ma il deficit del paese continua a crescere, aumentando del 27,9% nel primo semestre di quest’anno.
La battaglia è tra Francia e Germania, cioè i due paesi le cui banche sono le più esposte in Grecia. La Francia aveva proposto un roll over, nei fatti sperando di limitare l’intervento tra i 15 e i 30 miliardi dei privati, che sarebbero «volontari» a rinnovare i crediti che arrivano a scadenza di qui al 2014. La Germania (con Austria, Olanda e Finlandia), vorrebbe coinvolgere di più i privati e propende per un allungamento delle scadenze, attraverso scambi di obbligazioni. Ma per le agenzie di rating queste soluzioni possono venire considerate una forma di default: cioè la constatazione che Grecia non potrà  pagare tutto il debito, ormai il 150% del pil e in crescita ogni giorno a causa dei tassi di interesse. Guadagna terreno così l’ipotesi di una ristrutturazione parziale e/o di un riacquisto parziale del debito greco attraverso il Fondo di soccorso finanziario della zona euro. Ma anche qui le agenzie di rating non apprezzano (e per di più alcuni stati sottolineano che per cambiare le regole del Fondo di stabilità  è necessario un voto dei parlamenti nazionali).
Intanto, il commissario ai mercati finanziari, Michel Barnier, propone di mettere alla porta le agenzie di rating, che dopo non essersi accorte dell’arrivo della crisi del 2008 adesso minacciano l’euro: dovrebbero venire sospese le valutazioni dei paesi che godono di un programma di sostegno internazionale (Moody’s ha declassato il Portogallo che aveva appena varato un piano di austerità  ancora più severo di quello richiesto) e potrebbero esserci delle cause al tribunale civile per le agenzie che si sono mostrare inadempienti. «Non significa spezzare il termometro di fronte a difficoltà  ben reali di alcuni stati – ha precisato Barnier – ma quando uno stato è membro dell’Ue e gode della solidarietà  dei suoi membri, quando segue un programma di sostegno internazionale, non è possibile non tenerne conto».

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4.500 DI DOLLARI: è la manovra americana che Barack Obama chiede al parlamento di approvare. Ma i leader repubblicani del Congresso non ci pensano nemmeno, e Obama ha già  ceduto: cambiare la Social security e i programmi Medicare e Medicaid, ha detto il presidente, «è necessario»


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