LE FONTI DELLA GUERRA

Muovendosi in una società  ancora arcaica, Gheddafi ha potuto permettersi di tenere discorsi, ripetuti e privi di agganci con la realtà , «nazionalisti e socialisti», per poi proclamarsi il giorno dopo un «liberale». Lo ha fatto «per compiacere gli occidentali», come se la scelta del liberalismo non avesse effetti sociali. Però li ha fatti e, molto banalmente, ha peggiorato le difficoltà  sociali della maggioranza dei libici. La redistribuzione molto accentuata della rendita petrolifera ha lasciato il posto alla sua confisca da parte della piccola clientela del regime, inclusa la famiglia del leader. Condizioni che hanno portato all’esplosione che abbiamo visto, di cui hanno immediatamente approfittato l’Islam politico e le pulsioni regionaliste.
Come nazione la Libia non è mai davvero esistita. È una regione geografica che separa l’occidente arabo dall’oriente arabo, il Maghreb dal Mashreq. La linea di confine passa esattamente nel mezzo della Libia. La Cirenaica storicamente è stata greca ed ellenistica, poi è divenuta mashreqina. La Tripolitania, al contrario, è stata latina ed è poi divenuta maghrebina. Quindi, i regionalismi nel paese sono sempre stati molto forti.
 Nessuno sa bene chi sono davvero i membri del Consiglio nazionale transitorio di Bengasi. Il presidente del Cnt non è altri che Mustafa Mohammed Abdel-Jalil, il presidente della Corte d’appello libica che confermò la condanna a morte delle cinque infermiere bulgare. Per questo, nel 2007, fu ricompensato e nominato ministro della giustizia, posto che ha conservato fino al febbraio 2011. Il primo ministro bulgaro, Boikov, per questa ragione ha rifiutato di riconoscere il Cnt ma gli Stati uniti e i paesi europei non hanno voluto tenere in alcuna considerazione la cosa.
Forse fra loro ci sono dei democratici, ma di certo ci sono degli islamisti, e alcuni fra i peggiori, e dei regionalisti.
In Libia fin dalle sue origini, «il movimento» ha preso la strada di una rivolta armata contro l’esercito, piuttosto che quella di un’ondata di manifestazioni civili. E questa rivolta armata ha chiesto immediatamente l’intervento in suo aiuto della Nato.
Così si è offerta l’occasione per un intervento militare alle potenze imperialiste.
Il loro obiettivo non era certamente quello di «proteggere i civili» né «la democrazia», ma il controllo del petrolio e delle risorse d’acqua sotterranee, e l’acquisizione di una base militare strategica nel paese. Naturalmente da quando Gheddafi ha abbracciato il «liberalismo», le compagnie petrolifere occidentali avevano già  il controllo del petrolio libico. Ma con Gheddafi non si può mai essere sicuri di niente. E se lui domani avesse di nuovo cambiato di campo e si fosse messo a giocare la partita con cinesi e indiani? Più importanti ancora del petrolio sono le enormi risorse d’acqua sotterranee della Libia. Esse avrebbero potuto essere usate a beneficio dei paesi africani del Sahel. Ma questo ormai è un capitolo chiuso. Ora delle multinazionali francesi ben note avranno con ogni probabilità  l’accesso a quelle risorse (questa senza dubbio è la ragione dell’immediato intervento della Francia) e le useranno in modo molto più «redditizio», forse per produrre agro-combustibili.
Nel ’69 Gheddafi pretese che gli inglesi e gli americani lasciassero le basi che avevano montato in Libia fin dalla fine della seconda guerra mondiale. Oggi gli americani hanno bisogno di trasferire in Africa l’Africom (il comando militare Usa per l’Africa, un pezzo importante del dispositivo di controllo militare sul pianeta, finora basato a Stuttgart, in Germania!). L’Unione africana rifiuta di accettarlo e fino a oggi nessun paese africano si è azzardato a farlo. Un lacché messo in piedi a Tripoli (o a Bengasi) sarebbe evidentemente pronto a soddisfare tutte le richieste di Washington e dei suoi alleati subalterni della Nato. La base è una minaccia permanente d’interventi diretti contro l’Egitto e l’Algeria.
Detto questo, rimane difficile prevedere come «il nuovo regime» libico sarà  capace di governare il paese. La disintegrazione della Libia sul modello della Somalia è possibile.


Related Articles

L’Italia e la guerra L’Islam e il dialogo

LIBIA Migliaia di raid e Gheddafi è ancora lì

Il Leone del Kurdistan “Vogliamo il nostro Stato”

A Kirkuk con Kosrat Rasul Ali, una delle figure leggendarie delle battaglie dei peshmerga, oggi in prima fila nella guerra contro l’Is. “I leader occidentali ci dicono: grazie, combattete per noi”

Il sociologo Khosrokhavar: giovani tra banlieue e radicalismo

Intervista. L’analisi del sociologo Farhad Khosrokhavar, fra i massimi esperti di jihadismo europeo

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment