«L’Occidente sprofonda nell’apatia I bimbi somali non ci toccano più»

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PARIGI — Nel 1992 la Somalia viveva una situazione simile a quella di oggi. Signori della guerra in lotta, carestia, milioni di persone che morivano di fame. Lei, dottor Kouchner, scaricò a Mogadiscio gli aiuti alimentari francesi, con un sacco di riso sulle spalle.

«Fu una grande operazione, anche se poi non mancarono le critiche. Allora ero ministro della Sanità  e dell’Intervento umanitario, avevo l’appoggio del presidente Mitterrand. Qualcuno disse che il mio fu un gesto mediatico; ma è anche così che certe volte si può scuotere il mondo dall’apatia. Alla fine riuscimmo a portare ai somali 4000 tonnellate di riso, raccolte due mesi prima dagli alunni francesi in tutte le scuole. Quella era un’epoca in cui ancora si riusciva a mobilitare l’opinione pubblica, c’era la sensazione che ognuno, anche un bambino delle elementari, poteva fare qualcosa». Il medico gastroenterologo Bernard Kouchner, 71 anni, ex ministro degli Esteri scelto da Nicolas Sarkozy e dimissionario nell’autunno scorso, nel 1971 fondò «Médecins sans Frontières» dopo una sconvolgente esperienza nel Biafra devastato dalla guerra e dalla fame, eterno connubio di tante terre africane. Da allora, ministro nei governi di sinistra o di destra, Kouchner non ha mai smesso di occuparsi di emergenze umanitarie.

Quasi vent’anni fa la Francia e l’Occidente portarono in Somalia aiuti alimentari che però venivano spartiti tra i signori della guerra. L’intervento militare successivo fu catastrofico, tutti ricordano i soldati americani massacrati. La Somalia paga ancora la sindrome di «Black Hawk Down»?
«Quel film descrive bene la crudeltà  di Mogadiscio. Da allora la Somalia è una terra maledetta, l’anarchia e la fame non l’hanno mai più abbandonata. È il luogo più difficile che abbia mai visto, ma allo stesso tempo siamo tutti un po’ schiavi dell’immaginario. Come i francesi che ignorano l’isola d’Elba perché la confondono con Sant’Elena, dove morì Napoleone. Mogadiscio era un inferno, ma vent’anni fa in altre zone riuscimmo a riaprire le scuole».

Perché allora la Somalia non riesce a rialzarsi?
«Ci sono le ragioni climatiche e geografiche, innanzitutto: solo il 4% delle terre è coltivato, quando in Africa di solito almeno il 20% di un Paese è produttivo. L’irrigazione manca del tutto, e finché non costruiremo un circuito dell’acqua i somali continueranno a morire».

E poi?
«La geopolitica. Da quando il Paese si è diviso di fatto in più entità , è scattato quella specie di dogma della diplomazia internazionale per cui occorre fare l’impossibile per mantenere l’unità  di un Paese, affinché non si scatenino reazioni a catena incontrollabili. Questo comporta che intere regioni e popolazioni vengano abbandonate a loro stesse».

Gli shebab, gli islamisti, impediscono agli aiuti occidentali di arrivare a destinazione.
«Questo è l’altro fattore fondamentale. Quando ero ministro degli Esteri io ero favorevole a sostenere l’Etiopia, a mio parere un grande Paese pieno di avvenire, nello sforzo di pacificare e ricostruire la Somalia. Ma l’Etiopia è cristiana, il suo intervento era osteggiato da tanti altri Stati».

Lei ha incontrato più volte anche il presidente somalo Sharif Sheikh, ex comandante in capo dei tribunali islamici.
«La Francia, gli Usa e l’Italia hanno cercato di aiutarlo, perché non era alleato di Al Qaeda. Io ho fatto il possibile perché il suo tentativo di governare il Paese riuscisse. È un uomo intelligente, ma privo di carisma. E il carisma certe volte conta. Qualcuno lo ha mai visto in tv chiedere al mondo “aiutate il mio popolo a non morire di fame”? I gesti mediatici possono salvare milioni di vite».

È soprattutto questo che manca per salvare la Somalia?
«Il problema è anche la crisi dell’ingerenza umanitaria».

Dice questo proprio nei giorni dell’intervento in Libia?
«Non sa quante volte da ministro ho litigato con Sarkozy perché mi diceva “non possiamo intervenire dappertutto” e io rispondevo “dappertutto no ma da qualche parte, almeno dove c’è più bisogno, sì”. E alla fine è andato in Libia, poco dopo le mie dimissioni. La politica è davvero una cosa strana… Comunque, sono contento della primavera araba e di Tripoli. Quel che è cambiato è l’atteggiamento della gente».

Troppe cause nobili?
«Le persone sono preoccupate dalla crisi in casa loro, non ne possono più di pagare per gli altri. E c’è un’inflazione di casi disperati, ormai la gente si è assuefatta, un bambino pieno di mosche quasi non fa più effetto, è un’immagine vista mille volte, dà  fastidio più che fare pena. Ci vorrebbero massacri ancora più spaventosi. È orribile».

Anche il settore delle ong è cambiato?
«Ora ci sono i professionisti dell’umanitario, che rischiano e giustamente vogliono essere pagati. Possono essere anche più efficaci. Ma manca uno slancio collettivo. Poi, ci sono le rivalità  tra le organizzazioni, anche se quelle tutto sommato ci sono sempre state. Per esempio tra Fao e Pam».

Gli operatori umanitari vengono criticati perché sono poco, o troppo, politicizzati.
«La distinzione tra umanitario e politica è una grande sciocchezza del nostro tempo. Qualsiasi gesto umanitario è politico, e se la politica fosse un po’ più umanitaria sarebbe solo un bene. Che credono, gli operatori, di non fare parte dell’Occidente, con le loro Toyota 4×4?».

Lei ha rinunciato?
«Certo che no. Faccio quel che posso, dove posso. La settimana scorsa ho posato la prima pietra di un ospedale per mamme e bambini a Conakry, in Guinea, sui resti di un prefabbricato della cooperazione italiana. Una volta che la si è provata, non si può rinunciare alla sensazione di essere utili».


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