Putin, il sovrano ferito

Mosca. Perfino attraverso i vetri fumè della limousine blindata, si può intuire che qualcosa sta cambiando. Ieri pomeriggio Vladimir Putin deve averlo letto sui volti degli automobilisti moscoviti imbottigliati insieme a un paio di ambulanze nel classico ingorgo provocato ogni volta che il premier si sposta da una parte all’altra della capitale. Niente contestazioni dirette naturalmente, ma clacson impazziti, volti arrabbiati e un generale moto di insofferenza che suona peggio dei tanti sondaggi di popolarità  negativi degli ultimi giorni. Né possono essere stati di grande consolazione gli applausi e i sorrisi ostentati degli attori, registi, e lavoratori dello spettacolo convocati per una delle ultime kermesse elettorali negli uffici del teatro Lenkom che un tempo stava per Leninskij Komsomol. L’uomo più potente di Russia ha sbrigato la pratica con molto mestiere e un’insolita espressione cupa.
Poi ha paralizzato ancora una volta il traffico per tornarsene tra i divani di pelle e le pendole antiche del suo ufficio al quinto piano della Casa Bianca russa. Lì, dalla scrivania in noce che guarda l’ansa più suggestiva della Moscova, sta torchiando ogni giorno collaboratori, impiegati e fedeli consiglieri, tutti consapevoli di combattere una battaglia decisiva. Che comincia domenica con le elezioni politiche più difficili mai affrontate dal partito di governo Edinaja Rossija (Russia Unita). Niente di tragico, almeno secondo l’ottica occidentale. Il partito di Putin, lo confermano anche i più pessimisti tra i sondaggisti, vincerà  senza alcun dubbio. E il piano previsto per il futuro assetto di potere non subirà  variazioni. Russia Unita formerà  il governo. Putin resterà  premier fino al 4 marzo quando vincerà  le elezioni presidenziali e potrà  riprendersi la poltrona del Cremlino lasciata in prestito nel 2008 al fido Medvedev. Ma non basta.
Quello che Putin fa fatica ad accettare, anche sul piano caratteriale, è il clamoroso calo di consensi, il levarsi da troppe parti della società  russe di voci, disordinate e spesso in conflitto tra loro, di opposizione a un potere immutabile che ormai mostra la stessa faccia e i medesimi toni dal 1998. Certo, non mancheranno le complicazioni tecniche. Se i sondaggi si rivelassero veritieri, ad esempio, Putin perderebbe l’attuale controllo dei due terzi del Parlamento (detenuto grazie all’alleanza con il partito amico, ma ora ribelle Russia Giusta). Cosa che lo costringerebbe a chiedere a caro prezzo l’appoggio di altri partiti per ogni riforma costituzionale.
Ma chi gli sta vicino giura che la ferita più grande è quella dell’orgoglio. Chi c’era sa bene come Putin abbia preso male la ormai celebre contestazione di domenica 20 novembre allo stadio Olimpiskij. Era convinto di giocare in casa, tra un pubblico di appassionati come lui di arti marziali. Una folla di “machos” di Russia dal parlare greve e il tatuaggio facile che hanno il culto delle sue pose da cacciatore, judoka, uomo d’azione. Quei fischi piovuti dalle tribune, al di là  delle imbarazzanti giustificazioni dello staff governativo, gli hanno fatto male. Al punto da fargli fare una scelta del tutto contraria al suo stile da “uomo senza paura”: rinunciare pochi giorni dopo a partecipare, nello stesso stadio, a un concerto anti-droga di cui era atteso e pubblicizzato testimonial.
I suoi consiglieri più esperti e scafati avevano già  fiutato l’aria pesante un po’ prima. All’inizio di questo novembre nero quando, a sorpresa, più trentamila moscoviti e migliaia di altri russi nelle altre città  del paese avevano aderito all’invito per una “Marcia Russa” organizzata da una alleanza di movimenti nazionalisti. Sembrava una delle solite, quasi folcloristiche, manifestazioni xenofobe tra giovani neonazisti dalla testa rasata e fanatici religiosi intenti a maledire l’invasione di lavoratori stranieri e la “perdita delle radici russe della società “. E’ finita con cori contro il governo e contro il suo “partito di ladri e corrotti”. Uno slogan coniato su Internet dal noto blogger Aleksej Navalnyj, divenuto un altro dei tanti nemici invisibili che denunciano in rete le magagne del potere, la corruzione dilagante, i privilegi sempre più irritanti per i clan degli oligarchi davanti a una “classe media” sempre più vicina alla soglia di povertà .
Quella sera, pare ci sia stato gran trambusto nell’ufficio al quinto piano della Casa Bianca. Autorizzare una manifestazione simile è stata ritenuta senza dubbio una leggerezza da non ripetere. Proprio per questo la controffensiva sembra tutta orientata sulla linea repressiva: divieto totale di manifestazioni nella settimana elettorale; esplicita promessa che ogni “forma di corteo verrà  bloccato attraverso l’uso della forza”.
Il resto è una campagna elettorale dura e sottotraccia. Fatta di pressioni, lusinghe, promesse generiche. Centinaia gli aneddoti su manager che pretendono il voto “testimoniato dalla foto della scheda” dei propri i dipendenti minacciati di licenziamento in caso di disobbedienza. Promesse ventilate e non meglio spiegate di raddoppi degli stipendi o di miglioramenti delle pensioni in caso di larga vittoria di Russia Unita. Ordini severissimi e minacciosi impartiti ai militari, ai funzionari pubblici, ai governatori delle Repubbliche.
Ma c’è un altro sistema pronto ad essere usato per scongiurare il tracollo. Quello dei brogli veri e propri. Eventualità  cui i russi sembrano rassegnati e che organi di stampa tradizionalmente cauti come il quotidiano Kommersant e il settimanale Vlast danno praticamente per scontata. “Pur di ottenere i numeri che vuole, Putin farà  qualunque cosa”, denuncia il vecchio leader comunista Ghennadj Zjuganov che si gode comunque la sicura conferma a secondo partito del Paese. Protagonista ai tempi dell’Urss di una fiera opposizione alla perestrojka di Gorbaciov, Zjuganov raccoglie consensi perfino dalla fasce di estrema destra. Non a caso ha accentuato i suoi toni anti islamici e nazionalisti per cavalcare l’onda del montante sentimento popolare contro gli immigrati delle ex repubbliche socialiste sovietiche. Se non altro per tenere a distanza di sicurezza quello che dovrebbe confermarsi terzo partito, i liberal democratici di Vladimir Zhirinovskij altro antico protagonista della opposizione che non fa male.
Il resto langue con poche speranze di superare lo sbarramento del 7 percento imposto per entrare alla Duma. Sergej Mitrokhin leader del partito Yabloko, il più antico partito democratico di Russia, fondato da Grigorij Javlinskij, finge ottimismo ma non è soddisfatto: “L’opposizione è divisa, inconsistente. Del resto ha troppe anime. Non possiamo mettere d’accordo nazionalisti incalliti, nostalgici dell’Urss, integralisti cristiani con i nostri elettori sinceri democratici di stampo europeo”. Constatazione corretta che equivale però a una resa. A meno che non si dia retta all’ultimo pettegolezzo moscovita: Nella “riscrittura”dei risultati elettorali si potrebbe concedere un paio di seggi a Yabloko per una scelta puramente estetica, tanto per avere un’opposizione presentabile all’estero e davanti alla intelligentsja cittadina. Vecchio e amaro pregiudizio russo: nel bene o nel male tutto sarebbe deciso dal centro del potere, in quel quinto piano affacciato sulla Moscova.


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