Francia e Turchia, oltre la questione del genocidio armeno

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La vicenda del mancato riconoscimento pesa molto sui rapporti diplomatici della Turchia: negli anni scorsi con gli Stati Uniti, ora con la Francia, ambedue rei di voler varare leggi che sanzionano il negazionismo sul genocidio armeno. La cronaca recente ci porta al 22 dicembre 2011 quando l’Assemblea Nazionale francese, a stragrande maggioranza, ha approvato un provvedimento chepunisce chiunque rigetti la natura di “genocidio” in merito agli avvenimenti occorsi nell’altopiano anatolico durante la Prima guerra mondiale.

Scrive Francesco Martino per Osservatorio dei Balcani: “La decisione del parlamento francese di dare sostanza alla legge del 2001, con cui la Francia riconosceva il “Meds Yeghern” armeno come genocidio (ma senza prevedere sanzioni), segna il culmine di un rapporto sempre più travagliato e difficile, nonostante i forti legami storici ed economici tra Ankara e Parigi.

In un contesto diplomatico già  teso, la legge appena approvata non può che approfondire il solco. Da parte turca la risposta è stata furibonda . Ankara ha richiamato a tempo indeterminato l’ambasciatore a Parigi, Tahsin BurcuoÄŸlu. Il premier turco Recep Tayyip ErdoÄŸan ha denunciato il provvedimento come “razzista, discriminatorio e xenofobo”, annunciando la cancellazione di ogni incontro di carattere politico, economico e militare con la Francia. Nei giorni scorsi, lo stesso ErdoÄŸan aveva intimato alla Francia di guardare al proprio passato coloniale prima di mettere il naso nella storia turca.”

Delicata è la posizione del presidente francese Sarkozy, attaccato dall’opposizione socialista, in quanto proprio lui ad aver bloccato per due volte, nel 2006 e nel maggio 2011, un analogo progetto di legge presentato dal partito socialista. Ma anche all’interno del governo francese si sono levate numerose voci ostili al provvedimento. “A contestare l’iniziativa è stato soprattutto il ministro degli Esteri Alain Juppé , molto preoccupato delle possibili conseguenze sui rapporti bilaterali. “Votare leggi in Francia non cambierà  l’opinione dei turchi […] Ora aspetto una forte reazione da parte della Turchia, che potrebbe avere ricadute serie”, ha dichiarato Juppé. Che ha poi aggiunto “è un provvedimento inutile e controproducente”. A esultare invece, come prevedibile, la parte armena. “Vorrei esprimere la mia gratitudine alla leadership francese, all’Assemblea nazionale e al popolo di Francia, che ancora una volta hanno ribadito il proprio attaccamento ai valori umani universali”, ha dichiarato a caldo, visibilmente soddisfatto, il ministro degli Esteri di Yerevan Edward Nalbandian”.

È triste però costatare che dietro una così immane tragedia, avvenuta poi quasi cento anni fa (un tempo abbastanza lungo per far passare la stretta contingenza politica ad una oggettiva analisi storica), sia terreno di scontro per piani strategici che non hanno nulla a che fare con l’Armenia, l’offesa al “sentimento dell’identità  turca” o alla sbandierata attenzione francese verso i diritti umani. Tra Erdogan e Sarkozy si gioca una partita che riguarda il Mediterraneo. Molte volte si è detto che la Turchia vuole diventare il punto di riferimento per i nuovi regimi arabi che sostituiranno le precedenti dittature, mentre il presidente francese, fin dal principio del suo mandato, ha cercato, anche se in maniera ambigua, a puntare su un’alleanza euro mediterranea.

Analizza la situazione il sito Lettera43: “prima ancora dello strappo sull’Armenia c’era stata la corsa al protagonismo tra i due leader negli Stati del Nord Africa, attraversati dalle rivolte. A settembre, Sarkozy spiazzò Erdogan precipitandosi, con un giorno d’anticipo e senza preavviso, in Libia, per parlare alle piazze di Tripoli e di Bengasi. In ballo c’era non solo la spartizione degli appalti per la ricostruzione, ma l’esportazione, in Paesi alla ricerca di una nuova identità , di un modello culturale forte.

Da una parte, c’è la grandeur di uno Stato che ha perso la tripla A, ma deciso ad accreditarsi come il paladino dei diritti tra i popoli affamati di libertà  e di democrazia in Nord Africa e in Medio Oriente. Dall’altra c’è un governo altrettanto risoluto ad esportare il ‘modello turco’ nella sua tradizionale area d’influenza su cui la Francia ha messo gli occhi.

Così, in Libia Sarkozy ha giocato d’azzardo, sferrando con il premier britannico David Cameron un attacco militare a Muammar Gheddafi. Poi ha spostato lo sguardo su Siria e Iran, ansioso di portare le crisi dei due Paesi all’esame del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Al pari del capo dell’Eliseo, che negli ultimi anni con i regimi di Tripoli e Damasco aveva riaperto i rapporti, anche il premier turco ha voltato le spalle agli ex amici, schierandosi dalla parte dei rivoltosi. Dopo aver proposto la sua road map per la democrazia in Libia, Tunisia ed Egitto, Erdogan ha accolto migliaia di profughi siriani in Turchia e permesso che i miliziani del Free syrian army, il braccio armato dei ribelli siriani, piantassero il loro quartier generale e i campi d’addestramento sulle coste dell’Anatolia”.

Questi posizionamenti diplomatici giungono comunque in ritardo rispetto alle richiesteche, fin dall’estate scorsa, i movimenti per i diritti umani facevano a gran voce e che continuano a fare soprattutto per quanto riguarda la Siria. E così le grandi strategie degli Stati vanno a cozzare con la situazione sul terreno come purtroppo è sempre avvenuto per i genocidi: tutti conoscono quello che avviene ma nessuno interviene per salvare le vittime.


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