Dakar in rivolta: «Colpo di stato costituzionale»

Nuovi tumulti a Dakar, dopo che il Consiglio costituzionale ha di fatto autorizzato il presidente in carica ad aggirare il limite costituzionale di due mandati per ripresentarsi alle presidenziali del prossimo 26 febbraio. Almeno un morto e decine di feriti negli scontri seguiti alla manifestazione con cui i giovani di Y’en a Marre (Ne ho abbastanza) e del Movimento forze vive 23 giugno (M23) si sono ripresi martedì piazza dell’Obelisco. Da un palchetto improvvisato i principali leader di questa ampia coalizione che partiti d’opposizione e pezzi di società  civile, hanno ribadito come quello messo in atto dall’85enne Abdoulaye Wade e dai cinque saggi della corte da lui nominati sia un «colpo di stato costituzionale». Presente anche Youssou N’Dour, che la corte ha escluso dalla corsa con motivazioni abbastanza risibili, legate alla validità  di alcune firme raccolte a sostegno della candidatura. In completo grigio perla e kefiah al collo, il cantante ha ripetuto che «il movimento è determinato ad andare fino in fondo» e che lui «farà  di tutto per evitare la candidatura di Wade». 
Quando la folla si stava ormai disperdendo, la polizia ha caricato un gruppo di manifestanti che urlavano «Palace, palace», alludendo a una marcia verso il palazzo presidenziale: uso di idranti, manganelli, lacrimogeni e caroselli di blindati, i famigerati «dragon». Lo studente rimasto ucciso è stato schiacciato da uno di questi. Altre fonti parlano invece di una donna investita da un blindato e uno studente pestato a morte. La polizia comunque è sotto accusa per aver usato proiettili veri contro manifestanti inermi. A Dakar come nella città  settentrionale di Podor, dove lunedì sono rimasti uccisi un 17enne e un 60enne che partecipavano alle proteste. Unica novità  distensiva, la conferma del rilascio dopo 48 ore di Alioune Tine, popolare voce dell’M23 e di Y’en a Marre… La procura non ha convalidato il fermo della Dic, la sempre più impopolare sezione crimini della polizia, e il movimento ieri gliene rendeva merito. La crisi resta comunque suscettibile di sviluppi preoccupanti, vista la radicale distanza delle parti. Legittimato dalla Corte suprema, Abdoulaye Wade, il cui ultimo impegno internazionale è stato quello di provare a convincere Gheddafi a lasciare il potere, sembra voler tirare dritto. Il suo ministro dell’interno ieri ha risposto per le rime, con le rituali accuse di «ingerenza», anche agli Stati uniti, perché mentre l’ambasciata a Dakar invitava a rispettare il verdetto della corte l’amministrazione Obama (per bocca del segretario di stato aggiunto William Burns) si chiedeva se era proprio necessario questo benedetto terzo mandato. Pur se detto a bassa voce, era il primo «largo ai giovani» pronunciato a Washington. 
A Dakar invece gli scontri ieri si sono trasferiti dentro e fuori l’università  intitolata allo storico Cheikh Anta Diop, la stessa frequentata dalla vittima di di martedì notte. L’M23 continua a sognare un’occupazione permanente di piazza dell’Obelisco, vista sempre più con una piazza Tahrir in pectore. Inoltre da ieri promette di elaborare «una nuova strategia, che tenga conto della repressione messa in atto dalla polizia». Cosa significa sarà  più chiaro nei prossimi giorni.


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