Basta con gli arresti segreti

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PECHINO- Se nella scorsa primavera, quando Ai Weiwei sparì nel nulla per 81 giorni, l’emendamento che l’Assemblea nazionale del popolo s’appresta ad approvare fosse già  stato legge, la detenzione segreta dell’artista e attivista sarebbe stata totalmente arbitraria in base allo stesso codice di procedura penale cinese. Infatti per trattenere una persona in una località  che non sia una prigione o il suo domicilio, le autorità  d’ora in avanti dovranno sempre informare i suoi familiari. 
La nuova norma, presentata ieri al parlamento della Repubblica popolare, per quanto riguarda gli arresti in carcere o i domiciliari invece prevede tre deroghe all’obbligo di notifica: per «i crimini che mettano in pericolo la sicurezza nazionale, il terrorismo» e nel caso in cui i parenti non possano essere contattati. Un’altra eccezione che aveva suscitato un mare di polemiche perché troppo generica – quella nel caso in cui la rivelazione dell’avvenuta cattura potesse «ostruire le indagini» – è stata cancellata dal testo in discussione in questi giorni a Pechino.
Nella primavera del 2011 decine di attivisti e dissidenti erano stati fermati e detenuti senza alcun capo d’imputazione formale dopo che su internet erano circolati appelli per una «rivoluzione dei gelsomini» in Cina in linea con le rivolte del Medio Oriente. La mano pesante delle autorità  aveva attirato le critiche internazionali e quelle dei gruppi per la difesa dei diritti dell’uomo.
Ora almeno le «rendition interne»- di cui ogni anno vengono denunciati centinaia di casi, relativi anche a crimini comuni – verrebbero vietate esplicitamente. «La rimozione della clausola sulle sparizioni rappresenta una vittoria per i riformatori e una sconfitta del tentativo dell’apparato di sicurezza di rafforzare ulteriormente il suo potere», ha commentato alla France presse Nicholas Bequelin. Secondo il ricercatore di Human rights watch «le modifiche puntano nella giusta direzione e, se Pechino dovesse decidere in questo senso, offrirebbero uno spazio concreto per il miglioramento dell’amministrazione giudiziaria».
Dopo i cambi di regime nel mondo arabo e in vista del ricambio ai vertici dello Stato dell’autunno prossimo, il Partito comunista (Pcc) ha rafforzato il controllo e la censura del web e dei grandi media. Lunedì scorso è stata lanciata una campagna nazionale (striscioni in strada, programmi tv e manifestazioni pubbliche) per ricordare Lei Feng, il soldato-icona dell’Esercito popolare di liberazione quintessenza dell’altruismo e della fedeltà  all’ideale socialista. Nello stesso tempo sui diritti umani il Pcc ha bisogno di venire in parte incontro alle pressioni internazionali e a quelle di una cittadinanza più attiva e sensibile ai princìpi delle democrazie occidentali.
Le modifiche introdotte al codice di procedura penale prevedono anche che le confessioni estorte con la tortura e le testimonianze ottenute attraverso violenze o minacce siano inutilizzabili nel processo. I sospetti potranno essere interrogati soltanto in strutture di detenzione e le loro deposizioni dovranno essere audio o videoregistrate. 
Tra le novità  della seduta di ieri anche la misteriosa assenza di Bo Xilai, capo del Pcc nella megalopoli di Chongqing coinvolto nella caduta (licenziamento, permanenza per 24 ore nel consolato Usa di Chengdu e arresto ordinato da Pechino) del suo ex capo della polizia, braccio esecutivo di una serie di campagne «legge e ordine» a base di condanne a morte di mafiosi e mani pesantissime degli agenti. A differenza degli altri 24 membri del Politburo, Bo non era presente in parlamento. La Commissione permanente del Politburo, i 9 membri che prende le decisioni più importanti, per lui sembra sempre più lontano.


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