La svolta dell’energia controllata

Energia «controllata»: l’Europa cambia marcia con la strategia 20-20-20. Si punta al 20% di fonti rinnovabili, al 20% di CO2 in meno rispetto al 1990 e a raggiungere il 20% di risparmio efficiente entro il 2020. La road map della sostenibilità  economica ha un padre nobile quanto originale. Claude Turmes, 51 anni, lussemburghese, eurodeputato dal 1999 per i Verdi di cui è vicepresidente. Tra i «pionieri» della lotta al cambiamento climatico in Europa alla fine degli anni Ottanta, si occupa di energia fin dai tempi del Mouvement écologique. 
Nel suo curriculum, una laurea in educazione fisica all’Università  belga di Leuvain-La Neuve e i diplomi in scienze dell’ambiente e di maestro di yoga. Ma il relatore dei Gréng del Lussemburgo è anche Super Turmes, l’eroe dei fumetti (www.claudeturmes.lu) che «smaschera» il potere delle lobby e inchioda le imprese alla responsabilità  sociale.
Il 28 febbraio Turmes ha incassato un successo senza precedenti sul testo della “sua” direttiva: «È stato il voto più progressista che il parlamento europeo abbia mai espresso su una norma riguardante l’efficienza energetica. Si è trattato di un giorno importante: potrebbe rappresentare, davvero, una svolta nella politica energetica dell’Europa. Ora dipenderà  dalla disponibilità  dei 27 governi ad aiutarci a costruire il futuro dell’Unione».
La trattativa decisiva comincia l’11 aprile, qual è la posta in gioco? 
Grazie alla normativa sull’efficienza energetica, e all’avvio dei negoziati con il Consiglio, si fa strada l’adozione di obiettivi e misure nazionali vincolanti anche in questo settore. Significa che l’Unione europea sarà  in grado di controllare i costi dell’energia, in un periodo in cui i prezzi di gas e petrolio sono in crescita. Se non abbiamo i mezzi per influenzare il mercato energetico, allora dobbiamo concentrarci sulla stabilizzazione della domanda, investendo i soldi risparmiati per l’industria e i posti di lavoro.
Si tagliano i consumi nei 27 Paesi, in cambio di cosa?
Nel testo della direttiva uscito dal parlamento il taglio richiesto per l’intera Ue ammonta a 368 milioni di tonnellate di petrolio equivalente. Ciascuno stato membro sarà  sottoposto a target intermedi verso l’obiettivo finale: 25% del totale previsto di riduzione nel 2014; 50% nel 2016 e 75% entro il 2018. Questa impostazione segnala chiaramente che il parlamento europeo prende sul serio l’aumento dei costi e la povertà  energetica. L’efficienza, inoltre, offre la concreta opportunità  di creare migliaia di nuovi posti di lavoro, in particolare nel settore edilizio. Ora tocca ai governi. Si trovano di fronte a un bivio e a un cambio di marcia: proteggere i cittadini europei dall’energy poverty creando occupazione. Oppure consentire alle multinazionali dell’energia di ottenere profitti sempre maggiori.
Nella commissione energia dell’Ue si parla di «successo obbligato». Cosa significa?
Vuol dire che non abbiamo alternative. La direttiva sull’efficienza energetica offre l’occasione di onorare gli impegni assunti dai capi di stato dell’Ue sull’energia e il clima. Il raggiungimento della riduzione del 20% del consumo primario di energia rappresenta l’obiettivo minimo necessario per approdare entro il 2050 a un’economia autosufficiente: efficiente dal punto di vista energetico e basata sulle fonti rinnovabili. La Commissione europea stima che gli sforzi attuali basteranno a raggiungere solo il 50% dell’obiettivo, con uno spreco di 1000 euro per famiglia. La direttiva serve proprio a rettificare questa tendenza.
Per risparmiare però bisogna investire. E gli stati sono in bolletta…
Senza i necessari meccanismi di finanziamento le misure della direttiva resteranno un pio desiderio e non ci sarà  alcuna creazione di posti di lavoro né stimoli all’innovazione. Per questo nel provvedimento bisogna prevedere appositi strumenti che utilizzino i canali di finanziamento Ue già  esistenti (i fondi strutturali e il fondo di coesione) che dovranno dare priorità  all’efficienza energetica o ai project-bond .
Altro elemento-chiave sono le misure obbligatorie. Perché non ha scelto un approccio più morbido?
L’esperienza della legislazione Ue nel campo delle rinnovabili e del clima denota la necessità  di target vincolanti. In questo modo si creano maggiore visibilità , impegno politico e certezza di investimenti. I benefici generali che rigorose misure di efficienza energetica sono in grado di apportare all’economia e ai cittadini dell’Ue, sia sul piano macroeconomico che geopolitico, giustificano pienamente l’introduzione di obiettivi obbligatori.
La direttiva introduce vincoli anche per le società  energetiche. Come digeriranno i «contatori intelligenti»?
In generale il mercato dell’energia si avvantaggerà  in termini di competitività  e concorrenza. L’installazione dei contatori intelligenti è sensata, se l’analisi costi-benenfici è positiva come previsto dalle direttive 2009/72 e 2009/73 relative al mercato dell’elettricità  e del gas. Un aspetto non sempre dimostrato per i piccoli utenti come le famiglie. In ogni caso le evidenze, ai fini della risposta alla domanda di energia, sono sufficienti per imporre l’adozione dei contatori intelligenti alle imprese i cui consumi elettrici raggiungono un determinato livello.
Concretamente, da dove si parte per centrare il target del 20%?
Dagli edifici, perché sono i più energivori. Gli enti pubblici (che comprendono le istituzioni Ue) devono dare il buon esempio e spianare la strada. I fabbricati posseduti e occupati da amministrazioni pubbliche possono generare un effetto-leva per le necessarie innovazioni tecniche, finanziarie e organizzative. Ma anche creare un mercato per le società  di servizi energetici. Oltretutto, una serie di enti locali degli stati membri ha già  adottato, o si appresta a farlo, approcci urbanistici integrati che vanno oltre i singoli interventi edilizi. I paesi dell’Ue devono quindi incoraggiare comuni, città , regioni e ogni altro ente pubblico ad abbracciare iniziative o progetti per il basso consumo energetico, integrati nei processi democratici di governo locali.


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