OBAMA C’È MA NON SI VEDE

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I comunicati della Casa bianca ci dicono che risiede ancora al 1600 della Pennsylvania Avenue. Il 30 aprile ha ricevuto il premier giapponese Yoshihiko Noda, ma il summit è passato inosservato. Ieri era in trasferta in Afghanistan, nella base di Bagram dove ha tenuto un discorso per il primo anniversario dell’uccisione di Osama bin Laden, ma le sue parole non hanno avuto la minima eco. Il presidente degli Stati uniti è scomparso dai radar dei media. Fa molta più «stampa» l’incontro tra Angela Merkel e il premier cinese Wen Jiabao, o la presenza di Vladimir Putin e Dimitri Mevedev al corteo del primo maggio.
E non è facile capire perché ormai da mesi passi quasi inosservato il leader della prima potenza economica e militare del pianeta. E’ vero che l’attenzione dei media è un gioco a somma zero e che tutto il nuovo spazio dedicato alla Cina viene sottratto a qualcun altro. Ma questa spiegazione non basta. Convince di più la tesi che il bassissimo profilo sia una scelta elettorale suggerita a Obama dai suoi indefettibili consiglieri chicagoans, David Axelrod e Valerie Jarrett: in una campagna in cui l’avversario è debole, meglio concentrare i riflettori sulle altrui debolezze e quindi più proficuo cercare di rimanere nel cono d’ombra.
Tre mesi di sanguinose primarie repubblicane hanno lasciato tracce purulente: il mormone Mitt Romney, che ne è uscito vincitore, avrà  tutto il tempo di ripulirsi dal la valanga di immondizie scaraventatagli addosso dai suoi rivali Rick Santorum e Newt Gingrich, ma ora la memoria è troppo viva e il presidente ha buon gioco a giocare al minimalismo. Tanto più se a Romney continuano a capitare tegole come le dimissioni, ieri, del suo consigliere di politica estera Richard Grenell, cosiderato “troppo gay” dai repubblicani più bigotti: di fronte a questi autogol a Obama basta evidentemente tacere per incassarne i dividendi politici.
Il minimalismo politico avrebbe anche il vantaggio di appianare l’ostilità  anti-Obama dell’establishment finanziario statunitense: nel 2008 gran parte della finanza, tutta l’industria farmaceutica, i grandi studi legali e il settore hi tech avevano appoggiato Obama, mentre solo l’industria bellica e i petrolieri si erano schierati più per i repubblicani (più, perché in realtà  ogni corporation finanzia un po’ anche il partito che osteggia, per coprirsi, per corner come si dice nei derivati). Oggi invece Obama ha perso l’appoggio di tutti quei settori tranne forse (in parte) l’hi tech: la sua unica speranza è che il fiume di denaro che si riversa sui repubblicani non diventi un’ondata di piena destinata a sommergerlo. È recente la riunione che Axelrod ha avuto con i finanzieri di Wall street per cercare di convincerli – senza grande risultato – del desiderio di Obama di favorirli in tutti i modi in un eventuale secondo mandato.
Non smuovere le acque sembra la linea adottata da Obama anche in politica estera, e per le stesse ragioni elettorali. In particolare sul dossier Iran. L’obiettivo dichiarato dell’establishment israeliano è cacciare dalla Casa bianca Obama (di cui hanno sempre diffidato), uno scopo che li accomuna ai repubblicani. Il calcolo è che, una volta scatenato l’attacco contro le istallazioni nucleari iraniane, di fronte a una reazione di Teheran, Obama avrebbe solo due scelte: o reagire, infognandosi in una crisi internazionale senza precedenti, in una terza guerra (dopo Iraq e Afghanistan) proprio alla vigilia delle elezioni, e quindi disamorando definitivamente il proprio elettorato sinistra, o non reagire, esponendosi allora alle accuse di ignavia, viltà , anti-patriottismo.
La stesso volo a bassa quota governa le relazioni con la Cina, prima nella restituzione a Pechino del capo della polizia di Chongqing, Wang Lijun, rifugiato nel consolato americano (restituzione che ha precipitato la caduta dell’astro nascente Bo Xilai, segretario del partito di quella regione), poi nell’imbarazzo con cui è stato accolto l’avvocato dissidente Chen Guangcheng, anch’egli rifugiatosi nell’ambasciata Usa: un imbarazzo divenuto a sua volta imbarazzante quando ieri la Casa bianca ha riconsegnato il dissidente alla Cina, in cambio solo di generiche rassicurazioni sulla sua futura incolumità  fisica. In entrambi i casi, il presidente in persona è sempre rimasto in disparte.
L’obiettivo di Obama è chiaro: dopo primi due anni di contrastato protagonismo politico, dopo un terzo anno in cui ha «governato l’arretramento» (per usare un’espressione di Pietro Ingrao), vuole presentarsi come il garante della continuità , della normalità , del business-as-usual, sia all’interno che all’estero, e presentare l’alternativa repubblicana come un salto nel buio, come la mano libera lasciata a un pugno di irresponsabili. C’è da chiedersi però se alla lunga questo volo radente non sia controproducente e non somigli piuttosto alla credenza di quei bambini che pensano di essere invisibili perché hanno nascosto la testa sotto il lenzuolo.


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