Ovazione a Oslo per Aung San Suu Kyi “Il Nobel aprì una porta nel mio cuore”

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OSLO â€” Come in un sogno, c’erano un re e una regina ad ascoltarla parlare, e dietro di loro centinaia di uomini e donne in silenzio, ancora ammaliati dal suono cerimoniale dei corni, dell’arpa birmana, e soprattutto dal discorso di una donna che ha impiegato 24 anni per uscire dal suo castello stregato chiamato Birmania. Aung San Suu Kyi, finalmente libera di parlare davanti ai sovrani di Norvegia e agli Accademici che l’hanno eletta simbolo di Pace nel 1991, cerca di non far trasparire
le emozioni, ma non sempre ci riesce. Come quando il presidente del Nobel Thorbjorn Jagland ricorda il giorno di dieci anni fa in cui 30 altri laureati ad Oslo applaudirono una sedia lasciata vuota in onore di Suu Kyi, all’epoca perseguitata, oggi libera a 67 anni. La cerimonia è stata unica nella storia del riconoscimento, come ha spiegato lo stesso presidente del Nobel: «Pochi hanno fatto più di lei per rendere il mondo un posto migliore». The Lady è salita a passi lenti sul podio con i fogli del suo scritto in mano, stretta in un abito tradizionale viola con la gonna lungji a strisce color crema. Subito ha trasportato la platea ai giorni della prigionia nella sua casa bianca sul lago Inya. «Spesso in quel tempo — ha detto — sentivo di non appartenere più al mondo reale. C’era la casa che era il mio mondo, c’era il mondo degli altri (birmani, ndr) che erano prigionieri in quanto comunità , e c’era il mondo dei liberi». La leader dell’opposizione di Rangoon cerca di condensare in un discorso il segreto della forza interiore che le ha permesso di resistere perfino al desiderio di visitare suo marito morente, e di stare vicino ai suoi figli. Come buddhista, spiega, «avevo tempo di riflettere su una parola che sentivo fin da bambina, dukha, generalmente tradotta con sofferenza ». In particolare, rivela, era toccata dal dolore inteso come «l’abbandono delle persone amate e l’essere forzati a vivere tra chi non ci ama». E queste due cause del dolore sono comuni a milioni di esseri umani come ai rifugiati che ha incontrato giorni fa a Mae La, al confine con la Thailandia. Di loro parla più volte nel discorso, che tocca altri momenti emozionanti come quando dice: «La pace assoluta è un risultato irraggiungibile. Ma è quello verso il quale dobbiamo continuare il nostro cammino».
Da qui la necessità  di unire gli sforzi per «accrescere le forze positive » e ridurre quelle negative, come è accaduto quando la comunità 
internazionale, attraverso il Premio Nobel, «mi ha trascinato nuovamente nel mondo degli altri esseri umani, ha aperto una porta nel mio cuore». Ora è il suo turno di ricordare i prigionieri di coscienza ancora nelle galere birmane. O le vittime delle violenze etniche in atto. In Birmania le misure di riforma del presidente Thein Sein, sostenute dal suo partito, sono «l’inizio di un processo democratico» che richiederà  lo sforzo «di tutte le forze interne». Solo così lo sviluppo e gli aiuti umanitari «potranno promuovere una crescita sostenibile».
Dopo 40 minuti di discorso l’intera platea si è alzata battendo le mani per due minuti, mentre nel salone risuonavano le sue ultime frasi: «Da quando il Comitato del Nobel ha scelto di rendermi omaggio — aveva detto — la strada che ho scelto per la mia libertà  è un percorso meno solitario». Subito dopo è cominciata la festa, tra centinaia di esuli birmani rifugiati a Oslo, e la popolazione della capitale giunta a sbirciare questa piccola donna diventata simbolo del riscatto di tanti oppressi.


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