Incentivi alle imprese, la versione Giavazzi

La proposta, in estrema sintesi, consiste in un taglio stimato in 10 miliardi di euro degli incentivi alle imprese da destinare alla riduzione del cuneo fiscale (la differenza tra il costo del lavoro per l’impresa e il salario netto per il lavoratore). (…)
Che in Italia il sistema degli incentivi alle imprese debba essere profondamente riformato e razionalizzato è cosa risaputa e condivisibile. Meno condivisibile è che tale faccenda riguardi esclusivamente i rapporti tra governo e imprenditori e, quindi, possa risolversi con uno scambio. Procedere in questo modo significa avere in mente un concetto «ottocentesco» di impresa, esclusivamente funzionale agli interessi privati di chi la possiede. Se così fosse, perché un governo dovrebbe distribuire incentivi? 
Gli incentivi alle imprese esistono e rappresentano lo strumento chiave delle politiche industriali che tutti i governi adottano per migliorare il benessere collettivo. E’ nell’interesse pubblico, e non in quello esclusivo degli imprenditori, che gli impianti industriali consumino meno energia e siano sempre più sicuri, che si assumano donne e giovani qualificati, che si investano adeguate risorse per la Ricerca e Sviluppo (R&S) e la formazione professionale. E’ anche di pubblico interesse che nascano e prosperino nuove iniziative imprenditoriali. Questi sono alcuni esempi di attività  che generano consistenti benefici sociali, spesso superiori a quelli privati. Ed è perciò che, in questi ambiti, le imprese private tendono ad investire poche risorse ed è quindi necessario il sostegno pubblico. Inoltre, come da tempo stabilito nelle linee guida dell’Unione Europea, gli incentivi pubblici devono privilegiare le imprese che nascono e si sviluppano nelle aree depresse e, considerati i loro endemici svantaggi, quelle di dimensione piccola e media.
Valutare tutti i costi e i benefici, privati e sociali, che derivano dagli interventi pubblici a sostegno delle imprese è un’operazione decisamente complessa, ma necessaria se si vuole stabilire il loro diverso grado di efficacia. Nel rapporto Giavazzi la questione viene risolta ricorrendo ad un solo criterio: quello dell’addizionalità . Se un incentivo pubblico non da luogo ad investimenti aggiuntivi da parte delle imprese beneficiarie non vi è addizionalità  e, quindi, non è efficace. Tale conclusione è assai discutibile non solo perché in questo modo non vengono presi in considerazione i benefici sociali generati dall’intervento pubblico, ma anche perché lo stesso criterio viene impiegato in modo restrittivo.
(…) Accanto all’uso parziale dell’evidenza empirica, il rapporto contiene argomentazioni così capziose o poco eleganti da risultare, sinceramente, imbarazzanti. Si sostiene che, nel caso in cui i giovani imprenditori percettori di finanziamenti «scappino con la cassa» (così nel testo), dati i tempi lunghi della giustizia civile, «non è detto che le garanzie pubbliche siano il modo più efficiente per favorire la nascita di imprenditori giovani». Ergo, ridimensioniamo le misure di garanzia? Più in là , si afferma che «nel caso di sussidi erogati alle imprese nelle aree in ritardo di sviluppo, c’è la possibilità  che i contributi pubblici vengano intercettati dalle Mafie». Ergo, sarebbe meglio non agevolare le imprese meridionali, già  penalizzate dalla criminalità  organizzata? (…) Fino a che punto la fase di emergenza in cui ci troviamo può giustificare l’adozione di misure così drastiche sulla base di argomenti così deboli?
(la versione completa su www.sbilanciamoci.info)


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