Milano, Cie apre ai giornalisti. Ma la visita è una “farsa”

MILANO – Il Cie di via Corelli apre ai giornalisti, ma l’accesso è limitato a una parte del centro, in ristrutturazione, e all’infermeria. Durante il “tour” riservato alla stampa (ieri c’è stata una prima tranche con alcune testate e oggi la seconda, a cui ha partecipato anche Redattore sociale), non ci è stato concesso di entrare nei cinque settori dove vivono i 64 trattenuti (51 uomini e 13 trans), di cui 16 richiedenti asilo. Non abbiamo potuto vedere i bagni, le cosiddette “sale benessere”, dove mangiano e guardano la televisione, né giornali, libri e giochi in scatola che, secondo gli operatori della Croce Rossa, hanno a disposizione. E abbiamo potuto parlare solo con due reclusi, scelti casualmente da un elenco. Il motivo, sostiene la Prefettura di Milano è la “tutela della privacy”, e la “sicurezza e l’ ordine pubblico”, poiché la nostra presenza “potrebbe causare confusione”. Come sembra sia avvenuto ieri, in seguito alla visita della prima delegazione di giornalisti. “Gli ospiti (così vengono chiamati da Prefettura e Croce Rossa, ndr) si sono agitati. Dobbiamo mantenere una situazione di tranquillità  nell’interesse di tutti” afferma la Prefettura. 

Le versioni fornite dagli operatori e dai reclusi, sulle condizioni all’interno del Cie, sono contrastanti. Massimo Chiodini, direttore del centro dall’agosto 2009, ammette “qualche difficoltà  nella gestione della struttura”, in particolare per quanto riguarda la manutenzione dei bagni. “Proprio ieri hanno scardinato due rubinetti” afferma. Secondo le testimonianze dei reclusi, le condizioni dei sanitari sono disastrose. “Ci sono quattro docce per settore e due sono rotte – dice uno di loro – e lo stesso vale per i rubinetti”.  Una realtà  confermata da Sandra Zampa, la parlamentare Pd che ha visitato il Cie lunedì scorso, denunciando una situazione igienico sanitaria “inaccettabile” e una continua somministrazione di farmaci (vedi lancio del 16/07/2012). In molti (non ci è stato fornito il dato preciso), fanno uso di antidepressivi e calmanti. “I dosaggi sono limitati e li diamo solo su prescrizione del medico che è qui otto ore al giorno” afferma Chiodini.  

Dall’ottobre del 2010, nella struttura è vietato introdurre cellulari e qualsiasi mezzo di registrazione audio o video. “È stata una decisione della Prefettura, dopo le rivolte esplose a giugno di quell’anno” spiega il direttore. Per comunicare con l’esterno hanno a disposizione due telefoni per settore e uno nel corridoio centrale. Telefoni che, a detta dei reclusi, spesso non funzionano. Ogni due giorni, spiega Chiodini, “gli vengono dati 5 euro che loro decidono come spendere”. La scelta è tra telefonare, comprare le sigarette o qualcos’altro. Il dramma di queste persone, spesso molto giovani, è non sapere quando e come usciranno da lì. Circa il 50% viene dal carcere, dove ha scontato la sua pena. Viene spostato nel Cie e vive in un limbo che può durare fino a 18 mesi. “Vorrei uscire di qui e avere una possibilità , lavorare, avere un permesso di soggiorno” dice Amid, 29 anni, recluso da più di un mese.(vedi lancio successivo) (Ludovica Scaletti)


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