Severino e la linea dura: «Abbiamo resistito a tante pressioni»

ROMA — La «riforma epocale» della geografia giudiziaria non porta la sua firma (la legge delega è dell’ultimo governo Berlusconi) ma oggi è cosa fatta grazie al suo sudore e alla sua pazienza certosina. Ancora ieri mattina, prima di proporre al Consiglio dei ministri il suo ventaglio di opzioni, l’avvocato ministro Paola Severino non cantava vittoria perché il dossier è talmente spinoso da meritare passi più che cauti, soprattutto all’ultimo miglio. Così ai colleghi di governo che chiedevano preoccupati — «Come se ne esce da questo ginepraio di localismi?» — lei rispondeva con la consueta semplicità . «O si adotta un criterio oggettivo oppure verremo travolti dalle polemiche per avere favorito questo o quel tribunale…».
E alla fine, dunque, è passata la linea Severino. Non retrocedere, anche davanti alla valanga di richieste pressanti inviate al governo da senatori e deputati decisi più che mai a difendere i rispettivi territori dai tagli. Il ministro ha avvertito i colleghi: «Ho messo già  in conto le polemiche che il provvedimento suscita. Non solo perché molti avevano interesse al mantenimento di questo o quel tribunale ma anche perché molti volevano vedere — in maniera strumentale — nell’abolizione o nel mantenimento di un singolo ufficio giudiziario un interesse personale o localistico».
Questo ha detto il ministro ponendo sul tavolo del consiglio le varie opzioni. Tenere il punto o cedere per assecondare le richieste (anche legittime) formulate dalle commissioni parlamentari e dal Consiglio superiore della magistratura? I bocconi più indigesti da digerire sono stati quelli delle cancellazioni dei tribunali di Chiavari e di Bassano del Grappa (città  nelle quali lo Stato ha appena speso molti milioni di euro dei contribuenti per costruire nuovi uffici giudiziari) ma aprire un buco in Liguria e in Veneto significava causare una voragine in mezza Italia. Anche perché nella legge delega, con modifica voluta dal Senato, c’è quella «regoletta del tre» (almeno tre tribunali per ogni corte d’appello) che salva d’ufficio mini tribunali come quello di Spoleto.
Per questo la discussione in consiglio dei ministri è stata lunga e articolata. Ma la via indicata dal ministro Severino è apparsa l’unica percorribile: cancellare dall’iniziale elenco di 37 tribunali e procure da tagliare le sedi giudiziarie situate in zone ad alta concentrazione di criminalità  organizzata. «Un terreno, questo della lotta alla mafia, sul quale il governo non intende in alcun modo arretrare neanche sul piano simbolico», ha insistito il ministro ricordando di avere ascoltato con «grande attenzione» le indicazioni del Csm e dei procuratori. Eppure la coperta è corta anche al Sud: si salvano i tribunali dei territori ad alta densità  mafiosa «con l’unica eccezione — ha avvertito il Guardasigilli — di Rossano in Calabria il cui accorpamento a Castrovillari è giustificato dalla presenza di una criminalità  organizzata omogenea, dalla contiguità  territoriale dei due circondari e dalla facilità  di comunicazione tra i territori».
E proprio questo che sembrava un dettaglio (la scelta tra due cittadine limitrofe è caduta, logicamente, su quella che ha un palazzo di giustizia nuovo con tanto di aula bunker) ha scatenato l’ira del senatore Maurizio Gasparri (Pdl) che ha chiesto addirittura di «cacciare» il ministro. Soddisfatto invece il segretario del partito, Angelino Alfano, che incassa il salvataggio del tribunale di Sciacca. A tutti, comunque, Paola Severino ha dato una sola risposta: «Sono certa che tutti noi abbiamo contribuito, con eccezionale armonia di intenti, alla predisposizione e al mantenimento di criteri oggettivi, basati solo sul potenziamento dell’efficienza del sistema giustizia».
A questo punto se ne riparla venerdì 24 agosto, al prossimo consiglio del ministri. Quando verrà  formalizzata, come anticipato ieri dal ministro, una più breve tempistica di attuazione della riforma: 6 mesi e non 12 per l’adeguamento degli organici, 12 mesi e non 18 per i trasferimenti, con una modulazione più rigorosa delle tappe che in 5 anni dovrebbero portare all’abbandono delle sedi giudiziarie dismesse.


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