L’Internazionale dei gesuiti

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Ai vertici dell’Europa c’è una «Internazionale gesuita». Lo ha detto, scherzando, ma non troppo, il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, che ha ricordato di aver studiato dai gesuiti, come i premier di Italia e Spagna, Mario Monti e Mariano Rajoy, e come anche il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi.
E se la frase «Internazionale gesuita» Van Rompuy l’ha pronunciata come se fosse una battuta, resta un dato di fatto incontestabile: il destino dell’euro non è solo nelle mani di Goldman Sachs, ma di chi è stato educato dai seguaci di sant’Ignazio di Loyola. Chris Lowney, che è stato in un seminario dei gesuiti per sette anni prima di essere nominato managing director di JPMorgan mentre era ancora trentenne, ha definito «leader per vocazione» quelli cresciuti nel vivaio dei gesuiti. E ha spiegato i principi della leadership secondo i gesuiti nel suo primo libro Heroic Leadership: Best Practices from a 450-Year-Old Company that Changed the World, cioè la Compagnia di Gesù, fondata appunto 450 anni fa. Un libro che è stato tradotto in dieci lingue, tra cui l’italiano.
Europa, dunque, ma non solo Europa. Manuel Barroso dal 2004 è presidente della Commissione europea (in passato primo ministro del Portogallo), ma ha frequentato la prestigiosa Università  Georgetown di Washington. Georgetown ha avuto e continua ad avere un grande impatto culturale negli Stati Uniti. Otto scuole, un ospedale e molti programmi ad altissimo livello, cinque campus sparsi nella città  di Washington e in Virginia. Il fiore all’occhiello è, probabilmente, la School of Foreign Service-Qatar. Qui si formano i diplomatici del dipartimento di Stato. Ed esperti di strategia e geopolitica, forse tra i migliori al mondo. Un ex presidente americano, Bill Clinton, ha studiato fra queste mura. Ma ce ne sono altri, di leader, che sono stati formati nei suoi campus.
In ogni caso, quaranta ex alunni dei gesuiti siedono attualmente al Congresso degli Usa, compreso il senatore John Kerry. Altri ex alunni famosi sono il giudice della Corte Suprema, Antonin Scalia, Vicente Fox, ex presidente del Messico, Fidel Castro, leader di Cuba, più il defunto Franà§ois Mitterrand, presidente francese dal 1981 al 1995. Ma anche la rockstar Sting, l’attore Denzel Washington, le star dell’Nba Patrick Ewing e Bill Russell, Vince Lombardi, leggendario allenatore di football. E il maestro del cinema Alfred Hitchcock. E gesuita era il cardinale di Milano Carlo Maria Martini, che è stato a un soffio dal diventare Papa.
«Le nostre scuole tendono a formare leader, ma l’obiettivo è l’azione nel mondo come “servizio”. C’è una spinta alla “dedizione” che fa parte del Dna dell’educazione dei gesuiti», spiegano i seguaci di Sant’Ignazio, citando quanto propugnato da Pedro Arrupe, generale dei gesuiti per vent’anni: «Noi intendiamo formare dei “leader” nel servizio — ha scritto Arrupe —, uomini e donne che abbiano competenza, coscienza e passione per l’impegno».
E sembrano esserci riusciti. Guardiamo all’Italia. Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha studiato dalle elementari al liceo presso l’Istituto gesuita Leone XIII di Milano. Hanno frequentato l’Istituto Massimiliano Massimo, nel quartiere Eur di Roma, oltre al presidente della Bce, Draghi, il presidente Bnl Luigi Abete, il sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura, il sociologo Giuseppe De Rita, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni De Gennaro, il presidente della Ferrari e di ItaliaFutura Luca di Montezemolo. Un altro ex alunno è Francesco Rutelli. A Torino, all’Istituto sociale, hanno studiato Cesare Pavese, Mario Soldati e poi il sindaco Piero Fassino, Giovanni Minoli, l’ex ministro della Giustizia e presidente della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick. A Brescia, al Collegio Ricci, frequentato dal futuro papa Paolo VI, è stato — dall’asilo al liceo — il filosofo Emanuele Severino: «Ora quella scuola, che offriva un ottimo insegnamento scientifico, matematica in particolare, non è più dei gesuiti. Come non esiste più il prestigioso liceo dei gesuiti Pennisi, ad Acireale, di cui furono rettori due miei zii».
Perché tanto successo, dopo quasi cinque secoli, del modello educativo che trae origine dal pensiero e dalla pratica di vita di Ignazio di Loyola? Condensata in una formula, si tratta di «una pedagogia del desiderio, del desiderio di apprendere, legata all’esperienza». Scriveva infatti sant’Ignazio: «Non è il molto sapere che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose interiormente».
Spiega padre Antonio Spadaro che, prima di essere chiamato a dirigere «La Civiltà  Cattolica», nel 2011, è stato docente al Massimo di Roma (e a sua volta alunno del collegio di Messina): «Puntiamo sulla “molla” dell’apprendimento: il desiderio. Un allievo non impara bene e non apprende se non ciò di cui ha “sete” e dunque riesce poi a gustare interiormente, perché lo ha desiderato». E ancora: «Il momento dell’esperienza è il momento dell’ingresso nel mondo, nella storia, negli avvenimenti, nei fatti, gustandone la gioiosità  e l’amarezza con tutti i sensi (vedere, udire, odorare, assaporare, toccare)». Conoscere la vita, leggerla e capirla non è sufficiente: «Ignazio pensa a un uomo che innanzitutto reagisce affettivamente». E che ha uno sguardo ampio, ma anche una grande capacità  di analisi e di dettaglio. I gesuiti annoverano tra loro grandi scienziati, addirittura dei pionieri dell’astrofisica. Ma anche economisti come il predecessore di Spadaro alla «Civiltà  Cattolica» per quindici anni, padre Giampaolo Salvini, coautore con Luigi Zingales e Salvatore Carrubba de Il buono dell’economia, edito dalla Bocconi, su etica e mercato.
«Il mondo è la nostra casa» è stato il motto scelto per un incontro tenuto a fine luglio nel magnifico campus del Boston College, l’università  dei gesuiti a Boston. Più di quattrocento persone da oltre cinquanta Paesi, a rappresentare l’universalità  del carisma di sant’Ignazio nell’educazione. Dall’Italia, ha partecipato un altro gesuita illustre, padre Federico Lombardi, portavoce della Sala stampa vaticana, che nella sua relazione ha descritto lo stupore di Benedetto XVI durante il collegamento con gli astronauti della stazione spaziale internazionale.
La cosa più sorprendente è che il successo ignaziano si è confermato nell’ultimo mezzo secolo anche nel Vecchio Continente, dove l’egemonia, nella didattica e nella pedagogia, dell’impostazione marxista, costruttivistica e neopositivistica ha lasciato sul terreno, insieme a utili strumenti di analisi, un deserto pedagogico, sfociato o nella violenza della prassi (fino al terrorismo) o nel soggettivismo più chiuso e meschino. Senza essere cioè in grado di generare personalità  capaci di impegnarsi in un progetto di ampio respiro. Al contrario dell’impostazione educativa di quell’uomo d’armi diventato santo, Ignazio di Loyola, che si è trovata così sorprendentemente contemporanea con lo sviluppo di un’epistemologia liberata dalla camicia di forza del positivismo e al tempo stesso con il fondamento del pensiero classico, Aristotele, che nella Metafisica scriveva: «L’inizio della conoscenza è lo stupore».


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